venerdì 24 maggio 2013

POLITECNICO MILANO: "INGLESE LESIVO PER LA LIBERTÀ DI STUDENTI E DOCENTI"



Il progetto del Politecnico di Milano (cfr articolo) di estendere la lingua inglese a tutti i corsi delle lauree magistrali e dottorati dal 2014, è da abbandonare. Per fortuna. Per fortuna anche perché questo episodio era il "precedente", che ha spinto molte altre Università, tra cui la Ca' Foscari di Venezia e L'Università di Udine, e anche molti licei, a prendere provvedimenti per relegare l'italiano a lingua secondaria... a dialetto inutile e non in grado di scrivere di scienza. 

 Il Tar ha infatti accolto il ricorso presentato da 150 professori contro il provvedimento approvato a maggio dello scorso anno dal Senato accademico, che prevedeva l’inglese come prima e unica lingua di insegnamento – impartito a studenti italofoni da professori italofoni. C'è da dire che già adesso, prima cioè dell’attuazione di questa riforma, al Politecnico vi sono  17 le lauree magistrali, due triennali e 24 dottorati di ricerca dove l’italiano è del tutto escluso, mentre la nuova iniziativa doveva riguardare tutti i 34 corsi specialistici.

“Le scelte compiute dal Senato accademico — hanno scritto i magistrati Adriano Leo, Alberto Di Mario e Fabrizio Fornataro — con le delibere impugnate si rivelano sproporzionate, sia perché non favoriscono l’internazionalizzazione dell’ateneo ma ne indirizzano la didattica verso una particolare lingua e verso i valori culturali di cui quella lingua è portatrice, sia perché comprimono in modo non necessario le libertà, costituzionalmente riconosciute, di cui sono portatori tanto i docenti, quanto gli studenti”.


Nella sentenza ci si ricollega a molte altre leggi (tra cui un regio decreto del 1933) che sottolineano la centralità e l’ufficialità della lingua italiana in ogni settore dello Stato, e all’articolo 6 della Costituzione, che però non parla della lingua italiana, parla delle minoranze linguistiche. Non è che cominciamo a considerare l’italiano una lingua… se non minoritaria, minorata? 
Una soluzione che marginalizza l’uso dell’italiano — secondo i magistrati — perché la lingua straniera non si pone sullo stesso piano di quella italiana”. Infatti, secondo i magistrati (e secondo tutti coloro che capiscono un minimo di lingua e società; e secondo TUTTI i trattati UE a riguardo), obbligare studenti e professori a cambiare lingua è lesivo per la loro libertà. La didattica in inglese, infatti, richiede una grande dimestichezza e padronanza della lingua, cosa che:

1: sacrifica i valori culturali della lingua italiana nel nome di una falsa e controproducente internazionalizzazione.
2: svantaggia, per costi tempo e fatica, gli italiani in confronto a coloro che possono studiare più facilmente nella loro lingua madre.
3: alla lunga, impoverisce la lingua italiana, che non avrà più – e/o noi non saremo più in grado di usarli – i termini tecnici delle varie scienze studiate solo in inglese.

E questo, come prime e minime conseguenze.

Infatti, fin da subito la decisione aveva incontrato molta opposizione da parte di un gran numero di docenti del Politecnico, una piccola parte di studenti, e da tutti gli ambienti del mondo della cultura, a cominciare dall’Accademia della Crusca e la Società Dante Alighieri.

“Si tratta di una sentenza molto ampia e articolata, che accoglie in pieno le ragioni rappresentate dai ricorrenti — secondo l’avvocato Maria Agostina Cabiddu, docente del Politecnico stesso e promotrice del ricorso — dimostrando tutta la lesività della decisione impugnata. È una vittoria non solo e non tanto dei ricorrenti ma posso dire, senza timore di essere troppo enfatica, della ragione e della cultura. Spero per l’ateneo cui mi onoro di appartenere che i suoi organi di governo decidano di non presentare ricorso in appello”.

La cosa importante da segnalare è che la cosa non va bene non perché si sia contrari all'inglese in quanto tale, ma perché così come si voleva fare, si sarebbe creata una situazione di monolinguismo - tutt'altro che internazionale - e per di più imposto, forzato. Fare corsi in più lingue, e non solo quelle dei paesi più potenti; insegnare l'intercomprensione, l'Esperanto, rende internazionali. Insegnare, e studiare, in inglese rende inglesi (o meglio, americani). 

Dal rettorato, per ora, non si hanno commenti, nemmeno sulla volontà eventuale di ricorrere subito in appello.

Ant.Mar.