domenica 21 aprile 2013

DE MAURO, SAUSSURE E CHOMSKY



Tullio de Mauro

Estratto dall'intervista a Tullio de Mauro a cura di Francesco Raparelli

Perché proprio oggi, nonostante l’esaurimento dello strutturalismo, cultura europea che ha segnato il secolo scorso e che ha visto in Saussure un riferimento fondamentale, il pensiero del linguista ginevrino conquista una rinnovata e potente attualità?

Credo che i cambiamenti di atteggiamento o, come pomposamente si potrebbe dire, di paradigma negli studi sul e del linguaggio, siano importanti; come l’emergere di orientamenti diversi nella corporazione dei linguisti. Ma, nella loro lunga storia, gli studi linguistici sono debitori più che a soprassalti endogeni, ai grandi mutamenti, alle grandi spinte che vengono dalla vita delle società e dalle culture intellettuali complessive che si sprigionano da esse. Ricordo e ribadisco questo punto di vista, che mi permetto di avere perché ho l’impressione che Saussure possa insegnare molto più oggi che in passato, in un passato immediato. Perché? La forza degli eventi ha costretto, negli ultimi anni, i linguisti a ripensare un’idea che avevano in testa, quella di un doppio monolitismo: monolitismo del rapporto tra lingue e paesi del mondo; monolitismo della lingua in se stessa.


Si può documentare, guardando i repertori delle lingue del mondo degli anni Sessanta e Settanta, che per i linguisti era pacifico che in ogni paese ci fosse una lingua e una sola. Con l’eccezione della Svizzera. Insieme alle vacche, agli orologi, alle banche, la Svizzera si contrassegnava per questa stranezza di avere più di una lingua. Caso strano, ma isolato. Non solo la produzione di un grande repertorio col sistema wiki, e quindi con largo apporto e collaborazione di Ethnologue, ha cambiato le cose. Ethnologue è stato possibile perché le cose stavano cambiando, perché nella realtà, per tanti motivi, da rivendicazioni di natura politica e civile dei diritti delle minoranze, a tanti altri fenomeni oggettivi, era ormai chiaro che i paesi in cui si realizzava quella strana idea che avevano i linguisti (ad ogni paese una lingua, ad ogni lingua un paese) erano un’eccezione minoritaria e che la norma vedeva in ogni paese del mondo la compresenza di numerose lingue native. Insisto su questo, perché la grande ondata migratoria che si sta verificando in tutti i paesi del Nord del mondo, proveniente dal Sud del pianeta, sta portando ovunque una grande quantità di lingue non native diverse. E questo è sotto gli occhi di tutti. Così come è sotto gli occhi di tutti che in ogni paese, non solo in Svizzera, ci sono tante lingue nel senso ampio del termine e anche nel senso restrittivo, di lingue scritte, non solo di dialetti o dialettacci, come qualcuno qualche anno fa diceva. Insomma, è la realtà del multilinguismo che si impone. Una realtà ovvia, se appunto consideriamo che oggi le lingue vive del mondo, censite da Ethnologue, sono arrivate ormai a quasi 7.000 e che i paesi che hanno un seggio alle Nazioni Unite sono poco più di 200. Basta fare un conto per rendersi conto che qualsiasi paese ha in sé mediamente una trentina di lingue diverse. Certo, molte di queste sono dialetti, ma sappiamo che sono oltre 2.500 le lingue anche scritte, che hanno solidità e dignità non inferiore alle grandi lingue di circolazione internazionale.

Gli esiti anglosassioni dello strutturalismo europeo, penso al generativismo, soprattutto a quello degli allievi di Chomsky, tendono a fare di Saussure un oggetto da museo e si concentrano piuttosto sul presunto gene della grammatica…

Dunque multilinguismo, da una parte. Dall’altra, gli esiti dello strutturalismo e la forma estrema che lo strutturalismo ha assunto ‒ concordo nella definizione con Giulio Lepschy ‒ il generativismo chomskiano. Gli esiti di queste posizioni, strutturalismo classico e generativismo, hanno prodotto una grande quantità di descrizioni di lingue. E noi dobbiamo a questo, paradossalmente, la percezione sempre più accentuata del carattere tutt’altro che strutturale e generativo delle lingue. Ciò che è andato in crisi non è solo l’idea che ogni paese ha una lingua e una sola, ma anche l’idea che una lingua sia qualcosa di monolitico e di chiuso. Vediamo oggi, abbastanza diffusamente, e siamo in grado di darne conto, fenomeni di oscillazione continua nell’uso linguistico. Ci aiuta naturalmente, da qualche anno, lo sviluppo delle tecnologie. I linguisti, cinquanta anni fa, quando io oramai senescente cominciavo a studiare, avevano a disposizione fondamentalmente documenti scritti. Certo potevamo andare in giro a raccogliere l’uso parlato trascrivendolo, filtrandolo attraverso faticose trascrizioni. Insomma il mondo del parlato era un mondo magari vagheggiato, idoleggiato nelle prefazioni o nell’ideologia, ma in realtà la documentazione che avevamo era scritta, di tutte le lingue. Oggi ci aiuta molto la tecnologia che ci mette a disposizioni fiumi di documentazione del parlato. Per lo scritto ci aiuta naturalmente Internet, con masse sterminate di documenti per ogni lingua, per verificare, anche nello scritto, ciò che il parlato rivela in modo sfacciato e impudico: la natura oscillante, di campo di battaglia, tra tendenze opposte di ciò che diciamo una lingua. In altre parole ciò che chiamavamo una lingua, e i vecchi vedevano come qualcosa di monolitico, oggi tendiamo a vederla come la vedevano Hugo Schuchardt e Ferdinand de Saussure tra fine Ottocento e i primi anni del Novecento.

(Leggi tutta l'intervista su "Istituzione e Differenza")