domenica 14 aprile 2013

GOOGLE CONTRO LA SVEZIA: VIETATE QUELLA PAROLA!



‘GOOGLARE’: un po’ in tutte le lingue europee si è sviluppato un nuovo verbo che sintetizza l’azione che in italiano si esprime “cercare su google”. Esiste anche in italiano, purtroppo, anche se, per fortuna, è poco diffuso e utilizzato. Così è molto poco usato in Francia (googler) e in molti paesi, dove comunque si registra. In Svezia, invece, è abbastanza comune, in particolare sotto la forma di aggettivo, ogooglebar“, traducibile in italiano come *ingooglabile, cioè che non si può cercare su Google.

Ebbene: se il verbo googlare sparso in tutta Europa non dà alcun fastidio a Google, glielo dà invece l’aggettivo svedese, proprio per questa sua accezione negativa che rischia di registrare un limite nell’onnipotente motore di ricerca. L’aggettivo implica anche l’eventuale volontà di non essere trovati, di celare la propria identità al motore tramite espedienti di vario tipo, la possibilità, cioè, di sfuggire ai tentacoli della rete.


Tanto è importante la questione d’immagine che il colosso americano ha ingiunto il Consiglio della Lingua Svedese, un po’ l’equivalente dell’Accademia della Crusca, di ritirare la parola anche se regolarmente utilizzata, perché potrebbe danneggiare il logo. Così lo Språkrådets, ossia l’istituto svedese per i neologismi, ha annunciato che ritirerà dalla lista delle nuove parole svedesi del 2012 il termine. Dopo questo annuncio, i media svedesi sono scandalizzati e il portavoce dell’Accademia Svedese – quella che assegna il premio Nobel per la letteratura – ha dichiarato che l’accademia è pronta al conflitto con Google, se quest’ultimo continuerà a immischiarsi negli affari linguistici della Svezia.

Ma per il momento, la parola è revocata, e non si può usare. O meglio, si continuerà ad usare, come è ovvio; ma non sarà possibile registrarla in nessun dizionario né usarla in ambiti ufficiali. E ironia della rete, non è affatto "ingugolabile": ogooglebar si trova su Google...

LA PROPRIETÀ DELLE PAROLE: Ci sono moltissimi casi di parole “private”, che cioè hanno un
preciso inventore e che sono dei marchi registrati. “Nutella” è una di queste, ma è ormai usata nel senso di “crema al cacao e nocciole”; tanto che si trovano delle ricette per la “nutella fatta in casa”. Ma anche “sottiletta”, non è, in origine, il modo italiano di chiamare la fettina di formaggio fuso; è il nome commerciale di una marca ben precisa. Le altre, se ci fate caso, si chiamano diversamente: ho visto anche delle “fusette” non meno efficaci secondo me. È vero anche il fenomeno inverso: espressioni naturali, del popolo, che vengono prese e “privatizzate” da pubblicitari e abili cercatori di motti efficaci. Un minuto di silenzio per il caro vecchio “forza Italia”.

Si potrebbero fare molti altri esempi, e non solo in italiano: in tutte le lingue occidentali (almeno). È uno dei frutti della società consumistica di massa: la pubblicità influenza da sempre, e in profondità, il nostro linguaggio. Questo rende il pubblicitario, o l’inventore di un oggetto, o chi per lui, proprietario della parola? Cosa succedrebbe se non si potesse più chiamare le sottilette sottilette? Sarebbe un’ingiustizia, ci ruberebbero qualcosa che è nostro di diritto. Non si può pensare di privatizzare il linguaggio, né di controllarlo. Neppure quando la parola in questione è, dal mio punto di vista, non proprio bella, come “gugolare”, o ingugolabile.

Ant.Mar.