martedì 4 dicembre 2012

"L'OSPEDALE DELLA LINGUA ITALIANA" DI ROBERTO NOBILE


L'ospedale della lingua italiana, Roberto Nobile

“Dove le parole usurpate dalle omologhe americane trovano cura e conforto”:

questo il sottotitolo che definisce il libro di Roberto Nobile presentato alla libreria Saltatempo di Ragusa lo scorso 30 novembre intitolato: L’ospedale della lingua italiana. Una raccolta delle più usate ed abusate parole americane (l’attore ragusano, in questo caso nella veste di scrittore, è bene attento a utilizzare “americano” e non “inglese”) introdotte nel linguaggio degli italiani dagli italiani. Il più delle volte inutilmente (perché scrivere curiosity quando si potrebbe tranquillamente usare curiosità?), altre per il solo gusto di essere moderni (risultando invece goffamente provinciali), oppure di risultare artatamente incomprensibili (e questo accade soprattutto nel linguaggio economico/finanziario tra i vari spread e default).

Secondo Carmelo Arezzo, incaricato di presentare libro e autore quella di Roberto Nobile (e quindi quella mia, attraverso questo giornaletto), “è una battaglia già perduta, ma che merita di essere combattuta”. Ammetto tristemente che è probabilmente la verità. Ma non tutto è perduto. E se anche fosse davvero troppo tardi, mi consolo con questi versi di Leopardi,dedicati all’Italia:

Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.

L’idea di scrivere questo libro in difesa dell’italico idioma, di cominciare questa lotta già perduta, viene all’autore da un particolare episodio accadutogli veramente: si è presentato all’ultimo Gay Pride a Roma, ma invece di esibire un cartello che rivendichi il diritto alla libertà sessuale, ne ha esibito uno con su scritto: “amici omosessuali, perché non scrivere “orgoglio omosessuale” invece di “gay pride”.
Roberto Nobile (a sinistra) alla presentazione del suo libro

Trovo l’idea divertente, una provocazione che era necessaria da tempo e che, ammetto, più volte ho pensato di fare io stesso, ma mi è mancato poi il coraggio. Roberto Nobile non ci riferisce però quali e quante le sono state le reazioni degli amici omosessuali. Certo, se dopo quest’esperienza ha sentito il bisogno di scrivere L’ospedale della lingua italiana, non devono essere state positive.

Infatti, anche se non ci è dato sapere cosa gli omosessuali abbiano risposto all’attore/scrittore, io sono convinto di poterlo immaginare con una certa esattezza, dato che io stesso non sono affatto alieno a questo tipo di provocazioni, e quindi nemmeno alle risposte della gente a queste proposte.

La reazione dev’essere stata analoga a quella che ebbe, qualche settimana fa, Flavio Briatore a Servizio Pubbico (puntata del15/11/2012). Parlando dei problemi dell’imprenditoria italiana, e in particolare della vergognosissima vicenda dell’ILVA di Taranto e dei profitti non reinvestiti dalla famiglia Riva, l’imprenditore afferma: “essendo io un boss…”. A questo punto viene interrotto da qualche altro ospite: “boss?”. In effetti, una frase come questa pronunciata da Briatore può prestarsi a interpretazioni assai preoccupanti.

Stizzito, Briatore, replica che intendeva dire “capo di una azienda” e che comunque trova queste polemiche stupide e infruttuose.

Ecco come avranno reagito gli omosessuali a Roma di fronte al cartellone di Roberto Nobile: qualcosa come: “di fronte ai diritti negati alla nostra categoria, di fronte ai problemi, serissimi, di libertà che ci sono in questo paese, questo tipo di polemiche linguistiche vanno in secondo piano; risultano stupide provocazioni”.

È giusto? Assolutamente no! Anzi, i due campi (libertà e lingua) sono intrinsecamente collegati. Per chi non ha una forte cultura umanistica è forse difficile da capire; ma sono sempre gli scrittori, gli umanisti, insomma coloro che usano e conoscono la propria lingua, ad essere coloro che portano le società verso il miglioramento (“i have a dream”, diceva uno che, di lavoro, non faceva altro che parlare). La Scienza ci dà i treni, l’acqua corrente, la rete. Ma la libertà ce la dà la storia, ce la dà la lingua che usiamo. Per fare un esempio: internet da solo è come, anzi molto peggio, della televisione. Come la televisione, tutto sta nell’uso che ne facciamo.

L’impiego smodato di termini americani (o americanizzanti) che facciamo; le continue vessazioni che la lingua italiana deve subire, sono un indice ben preciso di quanto gli italiani sappiano e vogliano essere liberi e indipendenti. Non è un caso che Grillo, per dare un messaggio di rivoluzione, non usi la parola internet, ma abbia imposto la parola italiana, “rete”, ormai utilizzata da tutti. (per capire meglio cosa intendo leggi: sul concetto di “rete”)

Che in Italia si abbia un ministero del Welfare, e non uno “Stato Sociale” è un problema, serissimo, di libertà. Il fatto che la revisione delle spese attuata da questo governo sia definita Spending Review, è un problema gravissimo di libertà.

Perché le parole non sono semplici etichette da attaccare sopra oggetti e idee, ma sono portatrici di significati e sfumature che rendono il pensiero più coerente; e queste sfumature sono comprensibili solo e unicamente da un parlante madrelingua. Qualche mese fa Mario Monti propose una traduzione per Spending Review. Quale? “riduzione delle spese pubbliche”. Ne scrissi un articolo (revisione non vuol dire riduzione!) che mi sento di sottolineare in tutto e per tutto ancora oggi. Ne cito una frase: “chi potrà accorgersi e protestare se, dicendo di fare una Spending Review, faranno invece una “riduzione” delle spese?”

O ancora; come si può pretendere che il muratore veneto, semi-dialettale (se non del tutto), in caso di difficoltà si senta tutelato, si senta una parte di un paese che gli offre il Welfare?

I gay italiani sono prima italiani, e poi gay; anzi, omosessuali. Rivendicare la propria identità, non è forse l’intento del Gay Pride? Ebbene: sarebbe molto più efficace se l’identità fosse quella degli italiani, che sono uomini e donne, e che poi, ma chissenefrega, sono anche omosessuali. Insomma, il Gay Pride a Roma è fatto da italiani, ed è rivolto ad altri italiani, a quei nostri connazionali che per età, religione, stupidità, non riescono ad accettare la libertà sessuale degli altri. Quindi, perché non dire “orgoglio omosessuale”? almeno per farsi capire nel profondo da coloro ai quali il messaggio è rivolto.

Sono certo invece che, se volessimo fare una giornata di Orgoglio italiano, lo chiameremmo Italian Pride; e ci sarebbe già poco di cui essere orgogliosi (o poco di italiano). Così come abbiamo fatto il No Monti Day, il No B. Day, e come non ci siamo indignati, a siamo scesi in strada come indignados. Come non abbiamo occupato Roma, ma abbiamo preferito occupy Rome. E tutta un’altra serie di manifestazioni che si volevano per la libertà, e che non hanno fatto altro, già dal solo nome, che rendere evidente come siamo privi di pensiero autonomo; privi di libertà.

Non-liberi; non perché un dittatore ci costringa, pistola alla mano, a rinunciare ai nostri diritti; ma perché noi stessi non vogliamo, o meglio, non sappiamo, essere liberi.

Sono andato fuori tema? Forse si, forse no. In ogni caso, consiglio a chiunque queste 100 pagine, spesso divertenti, de “l’ospedale della lingua italiana” di Roberto Nobile. E non tanto perché è indubbiamente una bella lettura, leggera e simpatica; quanto perché può essere uno strumento di liberazione del pensiero.

Ant.Mar.