domenica 21 ottobre 2012

PARROCO AGGREDITO DAL PREFETTO DI NAPOLI. LA QUESTIONE DEI 'TITOLI' IN ITALIA



don Maurizio (a destra) aggredito verbalmente dal "signor" DeMartino (col dito alzato)

Il video che da qualche giorno fa il giro della rete e ha suscitato una valanga di appoggi al parroco “anticamorra” Don Maurizio Patriciello è rappresentativo della nostra società su più livelli. 

(clicca sull'immagine per guardare il video)

Innanzi tutto, la mente non può non andare a un altro recente episodio: la presidente della regione Lazio Renata Polverini che blocca il traffico, prende una via contromano con la sua bella auto blu… per andare a far compere in un negozio di scarpe. Insomma, ormai anche i più sprovveduti vedono che l’atteggiamento della classe dirigente, e dei politici soprattutto, è arrivata a un arroganza tale da non essere più accettabile. Tanto più quando, come nel caso delle scarpe e in questo del buon prete, la prepotenza si consuma in modo del tutto gratuito, per motivi futili. Il che la rende ancora più offensiva.

Nessun motivo infatti poteva essere più futile, e arrogante, di quello sollevato dal prefetto De Martino: offeso dal’appellativo “signore”. Evidentemente, sentendosi in difficoltà per la gravità dei problemi sollevati dal parroco, ha sentito il bisogno di fare appello alla sua presunta superiorità in quanto rappresentante delle istituzioni: per questo continua – Sgarbi docetper più di un minuto, nonostante le ripetute e umili scuse del prelato , la sua aggressione verbale.

Questa di rispondere gridando, e attaccando la forma, invece del contenuto, è una meschinità tipica dei dibattiti televisivi, e, vediamo da questo video, anche quotidiani. Questo è purtroppo indicativo di una decadenza linguistica che non è meramente lessicale, ma addirittura semantica, una carenza di pensiero: non si è in grado di sostenere dei discorsi ad un livello di coerenza minimo richiesto da qualunque mente non totalmente sprovveduta.

Ma dato che i prefetto fa un obiezione sulla forma, ci invita a nozze; e gli rispondiamo in questo campo, per filo e per segno.

Ciò su cui vi invito a riflettere è soprattutto la questione degli appellativi in Italia. Sapevate che l’Italia è l’unica Repubblica che ha dei “titoli”; anche se ‘borghesi’, e non nobiliari? È una abitudine ereditata di reverenza contadina: “dottore” “professore” “avvocato” ecc.

Questa abitudine è legata al fatto che mai in Italia c’è stata una vera rivoluzione; nei paesi, Francia in primis, dove questa è avvenuta, non solo ci si rivolge a chiunque dal politico all’idraulico con l’appellativo Monsieur; inoltre il grado sociale, cioè il mestiere, non è, per i francesi, una informazione da mettere nella carta d’identità.

Quando il prefetto De Martino aggredisce il mite parroco di periferia, non solo compie un atto di estrema arroganza, ma anche di estrema ignoranza: non si rende conto cioè di fare una prepotenza che appartiene, per l’Europa civilizzata, a una classe sociale estinta ben due secoli orsono. E questo lo rende mostruosamente più arrogante.

Per quanto riguarda la forma del prefetto, poi, c’è molto da dire. Egli interrompe il pacato discorso del prete con un tono di voce troppo alto; e già questo è offensivo. Inoltre abusa evidentemente della propria posizione sociale per dare forza al proprio discorso, fa cioè una prepotenza; e col chiaro intento di mettere in difficoltà l’interlocutore, ne contesta l’uso linguistico: è, quindi, aggressivo.

Contestare a qualcuno il modo di usare una parola nella propria madrelingua non è, in verità, un’operazione molto spesso giusta; anzi, la maggior parte delle volte è il ‘censore’ a sbagliarsi. Ma comunque, sempre, equivale a dare a chi si ha di fronte dell’ignorante, cioè insultarlo, ponendo se stessi in cattedra. Per cui, se qualcuno è stato offeso, lo abbiamo dimostrato “scientificamente”, è stato il parroco.

Quel cambiamento e miglioramento culturale (e quindi linguistico, e quindi sociale) che sarebbe auspicabile per questo paese dovrà passare anche per questa tappa: smettere l’uso di appellativi obsoleti (come ‘dottore’) e spesso ironici (come ‘onorevole’), e smettere l’arroganza di pretenderli. Considerarci e chiamarci tutti “uomini” (e “donne”): “signori/e”.

Proprio perché le parole sono importanti; concetto che il prefetto De Martino capisce e sfrutta.

Ant.Mar.