mercoledì 24 ottobre 2012

THE POLITECNICO OF MILANO: L'ABBANDONO DELL'ITALIANO



collegamento all'articolo di Sean Coughlan tradotto in italiano

Il Politecnico di Milano annuncia che entro il 2014 la maggior parte dei corsi saranno tenuti in lingua inglese.

Il professor Azzone, Rettore dell’università, sostiene che questa è una decisione vitale per la sua università. “È estremamente importante: al momento ci sono due scelte. Restare isolati nel proprio paese – il che non è realistico in un mondo globalizzato. L’altra opzione è aprirsi e essere capace di lavorare in un contesto internazionale. O la nostra università lo capisce oppure il nostro Paese diventerà isolato, cosa insopportabile per una nazione come l’Italia.”

È quindi una scelta obbligata, volenti o nolenti la lingua italiana ha fatto il suo tempo, e se oltre 60milioni di persone ancora non l’hanno capito, sarà meglio imporre (imporre!) la lingua che è doveroso parlare. Giusto? Per lavorare in un contesto internazionale bisogna soprattutto scrivere in inglese, non tanto valorizzare e finanziare la scuola e l’università. Per questo progetto saranno stanziati ben 5 milioni di euro; che meglio di così non potevano proprio essere spesi.

In realtà l’abbandono della nostra cultura pare un peccato persino agli inglesi: “Italy might have been the cradle of the last great global language - Latin - but now this university is planning to adopt English as the new common language” commenta Sean Coughlan, corrispondente della BBC.

“L’Italia avrebbe potuto essere la culla dell’ultimo grande linguaggio globale – il latino – ma adesso questa università sta pianificando di adottare l’inglese come nuovo linguaggio comune.”

Ma la maggior parte degli italiani, a giudicare dalle interviste riportate dal giornalista inglese e dai commenti che si trovano in rete, sembra essere d’accordo.

“Anna Realini, che studia per una laurea di secondo livello in ingegneria energetica, dice di dover usare l’inglese quando scrive le e-mail durante il suo stage in una compagnia italiana – ed è criticata se usa l’italiano. Ma dice di essere d’accordo con il passaggio all’inglese perché è probabile che aumenterà le sue prospettive di carriera: “Sono d’accordo con la scelta (…) Se le nostre università ci danno gli strumenti per usare le nostre conoscenze ovunque nel mondo, è meglio”. Dice anche che è un modo più conveniente per gli studenti italiani di studiare in un ambiente internazionale, senza il costo di studiare all’estero.

Quindi: l’ambiente italiano NON può essere internazionale in italiano. Gli spagnoli e i francesi ci riescono, ma noi no, se continuiamo a parlare questa lingua così povera e provinciale che è stata la PRIMA lingua volgare ad adattarsi al linguaggio della scienza: un certo Galilei ad esempio scrisse in italiano e inventò diversi termini tecnici tra cui “cannocchiale”.

Anche Luca Maggiolini Cacciamani, che studia ingegneria dell’automazione, accetta questa necessità. “Attualmente l’inglese é la nuova lingua comune. Amiamo la nostra lingua, ma possiamo vedere che è importante utilizzare un linguaggio comune quando si condivide la ricerca. Quindi è una buona idea”.

Ma dall’altra parte c’è anche una “grande preoccupazione” avanzata da Antonello Cherubini, che studia ingegneria meccanica. Dice che studiare in Cina e negli Stati Uniti gli ha mostrato la forza dell’insegnamento in italiano e vuole garanzie che questa non sia persa. “Noi studenti italiani spesso non realizziamo quanto siamo bravi e c’è il rischio che il principale strumento di comunicazione che abbiamo, la lingua, sia in pericolo,” dice. Ci dovrebbero essere garanzie sul livello dell’inglese utilizzato dallo staff, ha detto.” 

Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano
Sarà certamente un caso che proprio quello che ha studiato all’estero è quello che capisce l’importanza della lingua, e che chiede garanzie sulla qualità dell'inglese parlato! il rischio reale è infatti che si parli un inglese italianizzato sia gramaticalmente che lessicamente che foneticamente. il che ci renderebbe mostruosamente provinciali: dialettali.

In effetti, oltre agli inglesi, qualche voce italiana si è levata contro questa scelta scellerata, e il personale accademico organizza una petizione di protesta: sostengono di essere supportati da 300 professori e assistenti universitari.

Come il Prof. Emilio Matricciani, che ha lanciato un “appello per la libertà d’insegnamento”, in cui afferma sostanzialmente che obbligare studenti e personale a parlare inglese in un università pubblica italiana è sbagliato, non tanto per questioni di prestigio e conservazione culturale; ma proprio per ragioni linguistico-comunicative.

Ci avverte, attraverso una metafora eccellente, che nella traduzione si perderà qualcosa sulla precisione e la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento:
“Parlare in italiano con i nostri compatrioti è come guardare un film a colori, in alta definizione, con immagini veramente chiare. Al contrario, parlare in inglese con loro, anche con il massimo sforzo, è, in media, come guardare un film in bianco e nero, a bassa definizione, con immagini sfocate.”

In tutti gli articoli pubblicati su questo spazio ho cercato di far passare questo concetto senza mai arrivare a esprimerlo così bene. È questo il problema che nasce dall’adozione senza freni della lingua inglese in Italia. Discorso che va ben oltre l’insegnamento universitario ed entra a pieno titolo a corrompere la nostra stessa percezione del mondo e il nostro rapporto, già disastroso, con le istituzioni (come il ministero del Welfare).

“È evidente quanto l’inglese pervada già la città [e non solo Milano, ndr]. Sulla metro locale e sul treno gli annunci sono in italiano e in inglese, inoltre i siti web in lingua italiana offrono alternative in inglese. Una fiera del lavoro all’università é promossa con uno striscione che annuncia “Career Day”. Nota sempre il giornalista inglese.

E come dargli torto? Anzi, molti italiani, partendo da questo dato di fatto, fanno questo ragionamento: ormai l’inglese è ovunque ed è imperante negli scritti tecnici e scientifici anche se scritti in italiano: abbandonare l’italiano è quindi la scelta giusta, per non rimanere isolati e per attirare studenti e docenti stranieri.

Ma quando un italiano va a studiare all’estero, il viaggio diventa occasione per imparare una lingua straniera, e cioè venire a contatto con una diversa cultura. La stessa cosa – possibile che non lo si capisca?– avviene per gli studenti stranieri che vengono in Italia. Vengono, oltre che per studiare la loro materia, per imparare una diversa cultura, un diverso modo di descrivere il mondo, un diverso modo di descrivere la stessa materia che studiano in patria. Insomma, è un modo per aprire la mente, non rimanere fossilizzati nella propria cultura-lingua.

Non è la lingua inglese ad attirare gli stranieri, ma il valore dell’Università e degli insegnamenti. Quando ho studiato in Francia, ho avuto un professore spagnolo, e un professore portoghese; ma insegnavano in francese. Incredibile! Smettere di usare l'italiano per trattare di scienza significa ridurlo in qualche decennio a essere una lingua povera di certi tecnicismi: cioè renderlo un dialetto. Significa renderci tutti poveri culturalmente, e quindi anche in tutto il resto. Per questo è importante, sopratutto in ambito accademico, conservare e proteggere la lingua, tradurre e adattare ove possibile (nella maggioranza dei casi).

E così, a un livello più generale, i turisti, in Italia, cercano l’Italia! Mentre noi cerchiamo di americanizzarci, proponendo loro vari “restaurant”, “B&B” e “pepperoni pizza”; loro rimangono molto più affascinati da un bel piatto di pasta genuino e a buon prezzo in trattoria. E rimangono affascinati dalla bellezza della lingua italiana!; divertiti (entro certi limiti, che più si abbassano quanto più si va a nord europa) dal modo italiano di parlare gesticolare e prendere confidenza.

Insomma, loro, gli stranieri, sono attirati da ciò che abbiamo di più bello, che dovrebbe essere un vanto e che invece lasciamo alla deriva.

cartellone indicante il Mcdonald's di fronte al Pantheon (Roma)
Immaginate il povero turista che arriva in Italia, all’aeroporto passa il check-out e il terminal, vede tutte le pubblicità e i nomi dei negozi in inglese: entra ma nessuno sa parlare inglese; visita Pompei e la trova cadente, circondato solo da cani randagi e guide abusive e dialettali, che inventano dati storici e parlano un inglese maccheronico se lo parlano; ma il biglietto della metro si chiama ticket. Insomma ciò che dovrebbe essere internazionale lo trova provinciale; ciò che dovrebbe essere prettamente italiano, è una sbobba finto internazionale (globalizzata). Se poi qualcuno gli ruba il portafoglio (nonostante ci sia scritto ovunque “beware of pickpockets”) la sua bella vacanza sarà completa.

Mentre i francesi, spagnoli, tedeschi portoghesi, greci, slavi, tutelano la propria cultura e la loro lingua, noi lasciamo che i muri di Pompei crollino e boicottiamo la lingua italiana (e la cultura) proprio nella Milano di Manzoni. Sono due fenomeni dello stesso processo in atto e apparenteente inarrestabile.

Un ultimissimo esempio: Quando facciamo un operazione di valorizzazione italiana, che pure ha molti meriti, come EATALY, le diamo un nome inglese (tra l’altro un buon gioco di parole, non c’è che dire). Questo perché il progetto ha aspirazioni internazionali. Ma uno straniero cerca l’Italia, non l’Italy! Almeno io, turista a Parigi, evito i ristoranti col menù scritto in inglese... Forse il nome poteva funzionar bene anche in italiano...?

Recentemente il produttore francese Yves Saint-Laurent ha fatto un profumo. Ovviamente questo profumo ha aspirazioni internazionali, e l’immagine a cui punta un profumo è sempre il lusso, lo chic. Come hanno chiamato questo prodotto che vogliono vendere in tutto il mondo? MANIFESTO. Eh già. L’italiano è una lingua internazionale, e talmente prestigiosa che una parola italiana, presa evidentemente per il solo (o quasi) valore fonico, suggerisce un idea di lusso ed è abbastanza internazionale, almeno secondo i francesi. I francesi che per noi sono ipernazionalisti, specie in questioni linguistiche. Noi la pubblicità di quel profumo la mandiamo in francese, e ci tocca sentire una voce suadente che dice, sulla Rai, “Manifestò”. Non è ironico?

Insomma, mi sto dilungando davvero troppo, ma il discorso mi sta a cuore e mi sconvolge vedere come chi la pensi come me sia una minoranza in Italia. Il punto è: siamo proprio sicuri che sia l’inglese a renderci internazionali? Non è piuttosto il valore della nostra produzione tecnologica scientifica e culturale a portarci ai livelli più alti? In fondo si scrive di scienza in inglese perché gli anglofoni, nell’ultimo secolo, hanno dominato (oltre che economicamente e militarmente) in questo campo. E le loro scoperte le hanno scritte nella loro lingua madre…

Ant.Mar.