martedì 8 ottobre 2013

Perché amiamo i gesti caldi e spontanei della lingua italiana

Strano rapporto quello tra l’usuale e la grande etica; un esempio si impone pensando al nostro quotidiano, alla nostra italianità e ad un suo tratto così familiare che non lo vediamo nemmeno; gli stranieri sì. Guardatevi intorno: l’italiano sta morendo. No, non mi riferisco ad un “senso patriottico”, ma alla lingua italiana... ma non alla grammatica o alla sintassi ma a qualcosa di cui non ci rendiamo conto e che ci fa davvero italiani. Ma cosa c’è di più italiano nella lingua italiana che la lingua italiana stessa?

Se ci pensate bene qualcosa c’è. Ma cosa? Il suono più o meno nasale? Il dialetto? Certo anche questo e ci rende tristi il fatto che i dialetti ormai siano sorvegliati speciali spianati e spappolati dall’omologazione dell’italiano ufficiale che ora oltretutto soffre di senso di colpa rispetto alla sovra lingua internazionale di importazione d’oltremanica. Cosa c’è di più italiano ancora?

Forse non lo sapete, perché vi viene naturale, ma all’estero quando si studia la lingua italiana si studia anche qualcosa che “è lingua ma non è lingua”, qualcosa che non è linguaggio ma senza cui il linguaggio italiano sembra fasullo, senza cui smascherate lo straniero che anche parla bene la lingua dello Stivale. Sono i gesti. E’ bene ricordarlo perché la cultura italiana all’estero è ricercata ed amata anche per la fisicità, per i gesti, per gli abbracci calorosi… non solo per Prada, per i tortellini e Donatello, ma perché la nostra è una cultura che assorbe la persona in un contatto fisico totale (abbracci e baci da noi sono la norma, così come la stretta di mano, che all’estero va scomparendo), in una sorta di Jacuzzi “de noantri”, di Spa quotidiana che a differenza delle Spa non è fatta di oli e di pietre calde, ma di calde parole e caldi abbracci.

Si celebra in questi giorni in Argentina la settimana della cultura italiana e nel principato di Monaco il mese della cultura italiana e queste cose non appaiono forse nel programma, ma fanno da sfondo essenziale e indispensabile: senza, non c’è Italia.

All’estero si imparano i gesti italiani per imparare l’italiano e se andate su youtube trovate tantissimi tutorial che insegnano i versi con le mani che a noi sono propri ma che all’estero necessitano di un corso speciale per impararli. Abbiamo una cultura per la quale il 40% di quello che esprimiamo lo esprimiamo con le mani. Difficile da descrivere a parole, il vocabolario dei gesti lo usiamo anche quando parliamo al telefonino e nessuno ci vede, ma serve a noi e basta per dare forza e espressione alle parole. Come se ci vedessero.

Quando dite a qualcuno che è matto, battete con l’indice sulla tempia, quando chiedete a uno cosa vuole unite pollice, indice e medio di una mano e fate due rapide scosse verso la faccia, quando dite a uno di rimandare, fate due-tre stretti cerchi in avanti con la mano.

Tutto questo sta sparendo, ed è un patrimonio culturale importantissimo, una ricchezza, un linguaggio che va morendo. Segno di un desiderio di contatto e di assenza di paura degli altri (Sartre invece scriveva: “Cosa sono le mie mani? La distanza infinita che mi separa dagli altri”) che scompare. In ossequio alla globalizzazione. Già, la globalizzazione che appiana le differenze, che crea il meta-pensiero universale per cui non devono esistere culture e religioni ma tutto una purea di buonismo, che crea la meta-economia e la meta-cultura universale dove non compaiono più differenze e che crea, infine, la meta-religione del denaro e dell’utilitarismo che ormai beviamo in ogni giornale e ogni TV.

E’ l’omologazione che ci spaventa, l’omologazione che vorrebbe creare un’etica unica fatta in base al relativismo etico e alla cultura dello scarto, del consumo, dell’inutilità fatta legge contro cui mette in guardia il Papa. Viva allora il linguaggio italianissimo delle mani, segnale di vitalità e di superiorità al vile linguaggio scritto o a quello insegnato pedissequamente nelle scuole; linguaggio delle mani democraticissimo che sanno “parlare” gli operai e che solo gli snob esterofili cercano di nascondere come si nasconde un difetto, come qualcuno dalla scarsa forza d’animo nasconde un neo malizioso che lo imbarazza e che è il grazioso marchio di famiglia che anche il padre e il nonno avevano ma che ora, nel mondo dei “senza difetti” nessuno accetta più.
 
Fonte: L'Occidentale

martedì 1 ottobre 2013

VIDEO - Luca Serianni presenta: "Lo stato attuale della lingua italiana"

Se il 28 settembre 2013 foste passati in piazza Sant’Agostino, nella ridente città di Andria, dove si trova la Biblioteca Comunale G. Ceci, avreste potuto assistere alla presentazione del noto linguista e filologo Luca Serianni sul suo ultimo libro, intitolato: Lo stato attuale della lingua italiana: leggere, scrivere, argomentare. Per fortuna, grazie a Youtube, potrete assistere lo stesso.

Inglese lingua più conosciuta, italiani i peggiori in UE

BRUXELLES - L'inglese è la lingua straniera più conosciuta in Europa, e gli italiani sono quelli che lo parlano peggio. E' quanto emerge dai dati Eurostat del 2011, diffusi in occasione della Giornata europea delle lingue. Nei paesi Ue gli idiomi più studiati, oltre all'inglese, sono il francese, il tedesco e lo spagnolo. Solo a Malta l'italiano risulta essere il secondo più studiato. La parlata di Shakespeare è nei programmi scolastici dell'83% delle scuole primarie e secondarie inferiori europee e nel 94% di quelle superiori, seguita con un netto distacco da quella di Molière, rispettivamente al 19% e 23%, da quella di Goethe (9% e 21%) e infine da quella di Cervantes (6% e 18%).

lunedì 30 settembre 2013

VIGILI ITALIANI, MA RICETRASMITTENTI INGLESI...



LA PADRONANZA LINGUISTICA DEI ‘PIZZARDONI’: Cominciamo col chiarire per i non romani, che “pizzardoni” a Roma sono i Vigili Urbani. Per saperlo, bisogna essere romani. Ma non c’è bisogno di essere cittadini della capitale per sapere che, i vigili, e in generale i pubblici ufficiali, non sono ferratissimi in quanto a conoscenza della lingua italiana. Né c’è bisogno di essere un turista per immaginare quale sia il livello medio di lingua inglese presso i Vigili. 

Se nel secondo caso, la lingua straniera, sarebbe doveroso che ne conoscano un pochino – quanto basta per indicare ai sudati tedeschi la direzione per il Colosseo – per il primo appunto, è quantomeno preoccupante che non siano in grado almeno di differenziare parlata romana e italiano standard. Ma non siamo qui per tirare le orecchie ai poveri vigili urbani: in fondo, non gli si chiede, né si potrebbe, di essere dei petrarchisti o dei leopardiani, anche se sarebbe bello che sapessero il significato delle parole che usano nei verbali, se non altro per combattere e sconfiggere il “burocratese”. Ma non è di questo che parliamo oggi.

Oggi parliamo di un ennesimo insulto alla lingua italiana. Cos’è successo?

LE RICETRASMITTENTI, BABY: è successo che il corpo dei vigili urbani di Roma ha ricevuto 500
ricetrasmittenti nuove in via sperimentale. Bene! Mezzi all’avanguardia per combattere i vandali del traffico, che a Roma non mancano. Già: ma talmente all’avanguardia, che non esiste la versione in lingua italiana.
 
"Alcuni comandi dei vigili urbani di Roma hanno ricevuto, in via sperimentale, le prime 500 ricetrasmittenti, ma i menù e i sottomenù del sistema operativo sono solo in lingua inglese". Segnala il sindacato O.s.po.l. (Organizzazione Sindacale Polizie Locali)  che in una nota spiega che il nuovo sistema, chiamato Dedra, "mette in difficoltà gli operatori" dato che non è possibile "opporre [sic!] alcuna modifica" alla lingua.

Quindi, non gli si chiede di essere dei filologi italianisti, e ci mancherebbe altro; ma gli si chiede di conoscere e operare in inglese. Infatti, a sentire il presidente dell'Ospol, Luigi Marucci la vergogna non sta tanto nel fatto che siamo in Italia, e che sarebbe utile e intelligente, per usare un eufemismo, che la nostra già disastrata consuetudine burocratica sia in italiano (che è altra cosa dal burocratese), ma che le ricetrasmittenti inglesi non siano state precedute da un corso di inglese. 

"Il dramma - spiega - è che il Campidoglio non ha previsto un corso di lettura in inglese pertanto ai vigili urbani l'Amministrazione comunale dovrebbe almeno fornire un traduttore istantaneo dall'inglese all'italiano e viceversa".

IMPARATE L’INGLESE ALLORA! Già: almeno dateci un traduttore automatico! Sappiamo bene qual è l’efficacia effettiva dei traduttori automatici: usarne uno creerebbe ancora più confusione. Se poi in mezzo alle due lingue ci metti anche il problema enorme rappresentato dal burocratese, viene da ridere… per non piangere.

"L'Ospol invita il Campidoglio a rivedere l'appalto della fornitura, specialmente per quelle radio in fase di consegna, ed intervenire celermente presso la casa fornitrice - conclude la nota - onde obbligarla ad apportare tutte le necessarie modifiche affinché tutti i menù delle nuove Radio siano scritti in lingua italiana. Altrimenti il Campidoglio dovrebbe istituire un Master in lingua inglese appositamente per tutti i 6.000 Vigili di Roma Capitale".

Le soluzioni suggerite quindi sono due: o fare in modo che in Italia, un vigile italiano comunichi in italiano con altri italiani usando dei programmi in lingua italiana – insomma che si parli la lingua della gente, ufficiali o civili che siano - oppure, altra soluzione, che imparino l’inglese, questi ignorantoni! E quindi dopo i vigili, dovrebbero impararlo anche i civili, visto che sono loro che hanno a che fare coi vigili… 

Ant.Mar.

martedì 23 luglio 2013

Rapporto tra lingue straniere e europei

L’Eurobarometro è un’indagine periodica di opinione pubblica nei paesi dell’Unione Europea, promossa dalla Commissione Europea, finalizzata a monitorare lo sviluppo della pubblica opinione tra la popolazione europea.

Dal sondaggio Eurobarometro “Gli Europei e le loro lingue” del 2012 diventa chiaro che il numero di cittadini europei bilingue e multilingue è diminuito rispetto al 2006: appena sopra la metà dei cittadini europei (54%) ( -2% dal 2006 ) è in grado di sostenere una conversazione in almeno un’altra lingua, un quarto (-3% dal 2006) parla almeno due lingue e uno su dieci cittadini può esprimersi in almeno tre lingue.

In considerazione dell’obiettivo della UE che prefigge la conoscenza per ogni cittadino di altre due lingue, accanto alla propria lingua madre, il dati raccolti odierni implicano che è necessario sostenere il multilinguismo e promuovere la diversità linguistica con più forza.

Nel complesso, l’indagine ha mostrato che gli europei hanno una prospettiva molto positiva sul multilinguismo: quasi la totalità degli europei (98%) pensa che la conoscenza delle lingue straniere è utile per il futuro dei loro figli. Inoltre, la maggioranza dei cittadini europei (81%) è del parere che tutte le lingue parlate nell’Unione Europea dovrebbero essere trattate allo stesso modo.
Quasi tre quarti delle persone intervistate concordano con l’obiettivo prefissato dalla UE nel dover conoscere almeno due lingue straniere. Secondo il 77%, la promozione delle competenze linguistiche dovrebbe essere una priorità politica.

La lingua materna più frequente parlate nell’UE  - in conformità con i numeri della popolazione dell’UE – è il tedesco (16%), seguito da italiano e inglese (13% ciascuno), francese (12%), e poi spagnolo e polacco ( ogni 8%). Alla domanda: “Qual è la tua lingua madre” sono state fornite anche risposte come: basco, catalano, croato, danese, galiziano, ungherese, irlandese / gaelica, lussemburghese, maltese, il gaelico scozzese, slovacco, sloveno, urdu e gallese.

In Austria, Finlandia e Irlanda vi è il maggiore aumento di persone intervistate che dicono di parlare almeno un’altra lingua abbastanza bene da essere in grado di sostenere una conversazione. In Slovacchia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Polonia e Ungheria, al contrario, le percentuali tra le persone che sono state intervistate sono notevolmente diminuite.

Si riconoscono differenze significative tra i paesi. Solo in otto Stati membri dell’Unione Europea si è raggiunto l’obiettivo a lungo termine auspicato dall’Unione per la conoscenza pratica dalla maggior parte dei cittadini di almeno due lingue straniere, vale a dire in Lussemburgo (84% ), Paesi Bassi (77%), Slovenia (67%), Malta (59%), Danimarca (58%), Lettonia (54%), Lituania (52%) ed Estonia (52%).

La Germania e l’Italia per esempio non sono tra i paesi in cui la maggioranza della popolazione è in grado di parlare la sua lingua madre e due ulteriori lingue straniere.

mercoledì 17 luglio 2013

Ecco perché l'inglese obbligatorio è un rischio.

LA DECISIONE del Senato Accademico del Politecnico di adottare, a partire dal 2014, l'inglese come lingua esclusiva per le lauree magistrali e i dottorati è stata presa senza alcuna consultazione del corpo docente e a dispetto di una forte opposizione interna.

Una simile decisione travalica le prerogative dell'organo di gestione per due ragioni: in primo luogo è in contrasto con la Costituzione;e poi si configura come una violazione delle regole di governo degli atenei, che in fatto di insegnamento hanno prerogative di indirizzo e di coordinamento: sui contenuti e sui modi dell'insegnamento sono tenuti a favorire l'armonizzazione degli apporti dei docenti nel rispetto della libertà di insegnamento. Tale armonizzazione non può che procedere da un dialogo che metta al centro gli interessi degli studenti e della società e non può avere alcun carattere prescrittivo.

Qualche altra considerazione. Al Politecnico esistono già filoni d'insegnamento in inglese. Basta questo per rispondere all'obiettivo dell'internazionalizzazione dell'università. È sintomatico che la lingua sia l'unico argomento affrontato dal Senato del Politecnico sul terreno della formazione. L'organo di governo non si interroga e non si documenta sulla qualità della didattica. Se lo facesse, riscontrerebbe tra i propri laureati un deficit sul terreno della capacità argomentativae della produzione di pensiero. Non è certo l'inglesizzazione forzata la chiave per affrontare questo ordine di questioni.

martedì 16 luglio 2013

FUORI GLI ITALIANI DAGLI ERASMUS IN INGHILTERRA

Mariastella Gelmini
IL PERCORSO: Tutto comincia più di trent’anni fa. Nel 1980, quando nelle università italiane gli insegnanti vennero divisi tra professori di cattedra, associati e ricercatori, quelli di lingue straniere vennero considerati tra i non titolari di cattedra.

Una decisione contro cui si espresse anche la Corte Europea di Giustizia che, nel 1989, ha riconosciuto come discriminatorie le leggi italiane, le quali negavano ai lettori di lingua straniera perfino l’assicurazione sanitaria e la pensione.

Nel 1995, poi, in risposta alle pressioni dell’Assli (Associazione dei lettori stranieri in Italia), il governo offrì un contratto a tempo indeterminato docenti anglosassoni, ma al tempo stesso riformò il loro status inquadrandoli come “collaboratori linguistici esperti”, fuori dal corpo docenti.

Fino al 2010, quando la ministra Gelmini propose una nuova legge che ha ribadito lo status separato dei lecturers e al tempo stesso estinto tutte le cause legali relative a questa vicenda. 

David Lidington
OGGI: Il ministro britannico per l’Europa David Lidington, durante un’interrogazione parlamentare, ha denunciato la discriminazione subita dai docenti inglesi nelle università italiane definendo il comportamento del nostro Paese “inaccettabile e illegale”.


La Gran Bretagna potrebbe quindi decidere di escludere gli studenti italiani dai propri programmi Erasmus in risposta alle decurtazioni dallo stipendio dei lettori di lingua inglese, previste da una norma voluta dall’ex ministro Gelmini e applicata da diversi atenei italiani.

venerdì 12 luglio 2013

UNIVERSITÀ CATTOLICA: UN CORSO DI MEDICINA INNOVATIVO, MA SOLO SE PARLI INGLESE.



Ormai si è perso il conto delle università italiane in Italia che propongono corsi in inglese. Il primo, e più discusso fu il caso del Politecnico di Milano, in seguito bloccato dal Tar che ha accolto la richiesta di molti docenti. Poi fu il caso dell’Università di Udine, seguita a ruota dalla Ca’Foscari di Venezia, da molti licei – anche classici e scientifici. Tutti cominceranno dal 2014, e ovviamente non poteva mancare la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica, che offre agli studenti italiani, comunitari e non, l’opportunità di frequentare un corso di laurea in Medicina e chirurgia tutto in inglese.

Il corso di laurea si intitola appunto “Medicine and surgery” (medicina e chirurgia); i posti disponibili sono 52 in tutto, così suddivisi: 30 sono riservati a cittadini italiani e comunitari ovunque soggiornanti e a cittadini non comunitari legalmente soggiornanti in Italia; 20 sono i posti per cittadini non comunitari residenti all’estero; 2 quelli riservati a cittadini cinesi nell’ambito del Programma ministeriale “Marco Polo”. La domanda di partecipazione agli esami di ammissione dovrà essere presentata entro il 5 agosto 2013.

Il corso ha l’obiettivo di formare medici che, per la loro preparazione umana e professionale, siano pronti a operare sia nei Paesi più avanzati sia in quelli in via di sviluppo. Ma in inglese. Abbiamo già denunciato in questo giornaletto il gravissimo problema che la dominanza dell’inglese provoca negli ospedali in Italia (cfr. articolo). L’inglese nella sanità dei paesi dove non si parla inglese rappresenta uno dei risvolti più allarmanti, più crudeli, del cosiddetto “solo inglese”. E invece di risolvere il problema, ci prepariamo a formare un esercito di medici che non sarà in grado di comunicare chiaramente con i malati. E, se c’è una cosa che è fondamentale nel trattamento medico, è proprio il rapporto di fiducia e comunicazione bilaterale tra medico e paziente. 

giovedì 11 luglio 2013

BREVETTO EUROPEO - SQUINZI: "DIFESA LINGUE NAZIONALI IRREALISTICA"



IL FATTO: Lo scorso dicembre L’Ue aveva unificato le regole per il deposito e la registrazione del brevetto unico europeo (cfr articolo). L’idea era di tagliare i tempi di approvazione, dovuti anche, e in parte, alla traduzione, facendo un brevetto europeo in sole tre lingue, ovviamente inglese, francese e tedesco. All’accordo avevano aderito infatti solo 25 paesi su 27 (cfr articolo): L’Italia e la Spagna, i due paesi più agguerriti per quel che riguarda la tutela e rappresentanza dea loro lingua a Bruxelles hanno denunciato, come hanno sempre fatto, il trilinguismo europeo, e hanno deciso di non aderire all’accordo facendo ricorso.

Ma la Corte di giustizia dell’Ue respinse i ricorsi di Italia e Spagna al pacchetto legislativo (sentenza nelle cause riunite C‑274/11 e C‑295/11, Spagna e Italia / Consiglio), ritenendo infondata l’argomentazione dei due Stati. Secondo noi e secondo gli spagnoli, infatti, la tutela conferita da tale brevetto unitario non apporterebbe benefici in termini di uniformità, e dunque di integrazione rispetto al brevetto europeo (garantito dal diritto nazionale). La Corte di giustizia risponde che invece il brevetto unitario sarebbe concepito per conferire una tutela uniforme sul territorio di tutti gli Stati membri partecipanti alla cooperazione rafforzata, e non vuole quindi arrecare danno al mercato interno di nessuno, né alla coesione economica, sociale e territoriale dell’Unione. Inoltre, secondo la Corte, non lede le competenze i diritti e gli obblighi degli Stati membri che non partecipano alla cooperazione rafforzata.

martedì 9 luglio 2013

Sen. Antonio Razzi (PDL). Presentato disegno di legge "Disposizioni in materia di introduzione di corsi scolastici di lingua e cultura italiane attraverso la rete internet per gli italiani residenti all'estero"

Antonio Razzi
Roma, 8 luglio 2013. Il senatore Antonio Razzi, non dimentico dei suoi connazionali all'estero, ha presentato un progetto di legge "Disposizioni in materia di introduzione di corsi scolastici di lingua e cultura italiane attraverso la rete internet per gli italiani residenti all'estero", per consentire un più facile servizio a quanti all'estero tengono che i loro figli imparino la lingua italiana. L'introduzione del sistema telematico è una proposta sensata, ha dichiarato Razzi, economica e capillare. Infatti, la rete arriva ovunque ed evita  lo stanziamento di capitali per la costruzione di scuole ed assunzioni di professori.

DISEGNO DI LEGGE di iniziativa del senatore RAZZI

Disposizioni in materia di introduzione di corsi scolastici di lingua e cultura italiane attraverso la rete internet per gli italiani residenti all'estero
 
ONOREVOLI SENATORI! — Il sistema scolastico e universitario è un settore strategico per i progetti di sviluppo di lungo periodo del Paese.

sabato 6 luglio 2013

CHI DI MASCHILE FERISCE, DI FEMMINILE PERISCE: UNA RIFLESSIONE SUL SESSISMO DELLA LINGUA



IL GENERE DEI SOSTANTIVI: La lingua italiana, come il tedesco e tutte le lingue (almeno) europee, discrimina il genere femminile sin dalla sua stessa grammatica. Fino ad oggi, nei paesi dove il femminismo ha avuto una qualche risonanza (e anche in Italia) il problema è stato affrontato femminilizzando i mestieri e sostantivi ritenuti tradizionalmente prerogativa maschile

Professore-professoressa, ministro-ministra ecc. Nei casi in cui si indica un gruppo di persone composto da entrambi i sessi, si indicano entrambe le finali, il più delle volte mettendo al primo posto il maschile, che è poi la forma “tradizionale” (“tutti/e”), talvolta anteponendo il genere femminile, come sorta di risarcimento dei secoli di dominazione della grammatica maschilista (se una grammatica davvero può essere maschilista). Più recente l’usanza, tutta italiana, di annullare il suffisso indicante il genere e sostituirlo con un asterisco: tutt*. Più economico, rende giustizia non solo del sesso, ma anche della sessualità: come dire, “vedete voi se volete essere definiti al maschile o al femminile”. 

Questa è l’usanza che, iniziata negli anni ’80, ancora oggi in Italia stenta a imporsi, tanto che persino alcune donne non amano essere “declinate” al femminile; forse per una sorta di “vergogna” imposta dalla società maschilista, forse per semplice fedeltà (leggi: abitudine) linguistica. Fatto sta che, a mio modestissimo avviso, questa convenzione, una volta doverosamente imposta in tutti gli scritti della lingua, sarebbe stata in grado, finalmente, di riconoscere sin dal punto più intimo della lingua – la grammatica – la parità dei sessi. Si sarebbe cancellata ogni sottintesa superiorità di uno sull’altro. Così la penso. Ma c’è chi è andato ancora più in là. In Germania, per la precisione.

Luise Pusch
IL ‘FEMMINISMO GENERICO’: Non più di due mesi fa circolò una notizia a cui non diedi molto peso: era la “rivoluzione” grammaticale operata dall’Università di Lipsia, che ha deciso di fare a meno del doppio genere (in tedesco “Professor/in”). In sostanza hanno eliminato la barra obliqua e unito il suffisso femminile alla parola: hanno cioè lasciato solo la forma femminile, e la useranno per rivolgersi anche ai professori uomini. Scusate, volevo dire professoresse uomini. Iniziativa etichettata "femminismo generico".


Quando poco tempo fa lessi la notizia, dicevo, reagii con un’alzata di spalle, non mi colpì granché, sarà perché sono un uomo. Eppure, mi capitò di ripensarci più volte, c’era qualcosa che non mi tornava. Ho quindi approfondito un po’ la cosa, facendo qualche veloce ricerchina su Google, e ho scoperto che, in effetti, è solo un primo passo verso un obiettivo ben preciso: rendere la lingua completamente neutra. Anche l’Enciclopedia Nazionale Svedese, poche settimane fa, ha introdotto nel vocabolario il pronome “hen”, accanto, e in alternativa, al maschile “han” e al femminile “hon”. E così lo Stato di Washington ha approvato di recente una legge che traduce in modo neutro tutti i termini in cui è presente il sostantivo “man”, dato che potrebbero apparire discriminatori.

giovedì 4 luglio 2013

L'INSEGNAMENTO DELLA LINGUA ITALIANA NEL MONDO RISCHIA DI MORIRE



Laura Garavini (PD)

LA CAUSA: All’epoca dei mostruosi tagli del governo Monti (che furono solo gli ultimi e più feroci di una serie di tagli trentennale) ai finanziamenti alle scuole di italiano all’estero, vi fu un incontro al Ministero degli Affari Esteri, proprio per riflettere su come affrontare gli anni a venire avendo meno della metà delle risorse necessarie. Il risultato di cotanta riflessione fu, più o meno: “si è vero, non abbiamo più una lira, ma se ci vogliamo bene e ci sforziamo tutti, ce la possiamo fare.” Tanto che intitolai l’articolo che ne trattava “TANTO FUMO E NIENTE ARIOSTO”. 

Avevo ragione ad essere pessimista? Oggi, a quasi un anno di distanza, vediamo gli effetti di questa scelleratezza:

L’EFFETTO: Laura Garavini, il 28 giugno scorso, ha presentato in Commissione Affari Esteri una interrogazione urgente inerente la Scuola italiana di Asmara, (Fonte) che possiamo prendere tranquillamente come esempio per tutte le altre scuole, come la stessa Garavini lascia intendere. Ma vediamo cosa ha dichiarato: “La normale ripresa dell'anno scolastico presso la Scuola statale italiana di Asmara è a rischio. E lo stato di sofferenza di questa scuola pubblica italiana dimostra come, in generale, l´insegnamento della lingua e cultura italiana all´estero rischi il collasso a causa dei tagli apportati negli anni scorsi dai Governi Berlusconi e Monti”.

“La situazione ad Asmara é aggravata dalle restrizioni previste dalle autorità eritree che
peggiorano ulteriormente lo stato di sofferenza in cui versa l´istituto a causa della riduzione del contingente di docenti italiani all’estero, deliberato dalla spending review dal Governo Monti. L´Eritrea prevede una durata massima di soli cinque anni per i permessi di lavoro, così che molti docenti di ruolo devono rientrare senza poter essere sostituiti, dimezzando di fatto il corpo docente”.

martedì 2 luglio 2013

QUANDO GLI ITALIANI CHIACCHIERANO MANI E DITA FANNO IL DISCORSO.



ROMA — Nel grande teatro all’aria aperta che è Roma, i personaggi parlano con le mani altrettanto che con le loro bocche. Mentre parlano animatamente sul loro cellulare, o fumando sigarette o anche mentre rallentano le loro piccole auto nel traffico dell’ora di punta, gesticolano con un’invidiabile ed elegante coordinazione.


Dalle classiche dita unite contro il pollice che significano “che cacchio vuole da me?" o "Non sono nato ieri" a una mano che viene roteata lentamente, indicando "ad ogni modo…" , vi è una eloquenza del gesto italiano. In una cultura che premia l’oratoria, nulla sgonfia l’aria retorica di qualcuno più rapidamente.
 
Alcuni gesti sono semplici: il lato della mano contro il ventre significa fame, il dito indice sulla guancia significa qualcosa ha un buon sapore, e toccando il proprio polso è un segno universale per “sbrigati”. Ma altri sono molto più complessi. Essi aggiungono una inflessione - di fatalismo, la rassegnazione, stanchezza del mondo – che è una parte dell'esperienza italiana importante come il respirare.
 
Due mani aperte possono fare una domanda vera e propria: "Che cosa sta succedendo?" . Le mani poggiate in preghiera possono diventare una sorta di supplica, una domanda retorica: "Che cosa ti aspetti che faccia?" Chiedi quando un autobus romano potrebbe arrivare, e la risposta universale è lo stringere le spale, un "ehh" e le due mani alzate che dicono: "Solo quando la Provvidenza lo permette."
 
Per gli italiani, gesticolare è del tutto naturale. “Vuoi dire che gli americani non gesticolano? Si parla in questo modo? "mi chiede Pasquale Guarrancino, un tassista romano, freddandosi e mettendo le braccia piatte lungo i fianchi. Lui era seduto nella sua cabina a parlare con un amico fuori, ambedue muovendo le mani in un’elaborata coreografia. Alla richiesta di descrivere il suo gesto preferito, ha detto che non era adatto per la stampa.

CHI INSEGNA IN INGLESE VA PREMIATO (?)



Vignetta di Pat Carra

Sul sito del Sole24ore trovo un articolo intitolato "Chi insegna in inglese va premiato" che, ancora, critica gli argomenti del Tar e di molti docenti del Politecnico di Milano, sull’inglese come unica lingua di insegnamento delle lauree specialistiche. Ne ho parlato già in vari articoli: sia in occasione della proposta del rettore, sia in occasione della sentenzadel Tar. Ma le polemiche continuano, quindi continuo anche io. Prendo due stralci significativi dell’articolo in questione; per leggerlo tutto, clicca QUI.

PRIMA FRASE: "Visto con l'occhio di un economista, questa vicenda appare paradossale per l'assoluta non considerazione da parte dei giudici dei fattori di contesto in cui è stata presa la decisione oggetto di annullamento." 

Appunto, con l'occhio dell'economista. Io, se parlo di economia, corro il rischio altissimo di dire stupidaggini. Ma non ho la pretesa di dire la mia su questioni economiche... non lo so, non lo capisco, lo accetto. Tu, economista, non dire stupidaggini sulle questioni di lingua, per favore. 

PUBBLICITÀ IN LINGUA STRANIERA? BASTA CHE NON SIA ARABO.


La pubblicità oggetto della polemica

IL FATTO: A Bologna, una pubblicità di TIM International ha fatto scattare le polemiche della leghista Borgonzoni su Facebook. Il fatto è che, essendo rivolta agli stranieri residenti, è totalmente scritta in lingua araba, cosa che fa drizzare i capelli alla deputata, dato che, essendo in Italia, “A casa nostra dobbiamo capire quello che viene pubblicizzato e scritto”. La Borgonzoni aveva esplicitamente richiesto l’anno scorso la traduzione obbligatoria in italianopiù grande della scritta straniera”, ma “rimane un vuoto normativo sui cartelloni... Se volessimo adottare il caso più prossimo della giurisprudenza, andrebbero sequestri e sanzionati ognuno con un'ammenda di 516 euro” 

C’è da dire che non sarei affatto contrario alla traduzione sistematica delle pubblicità in lingua straniera, ma “più grande della lingua straniera”? È esagerato anche per uno come me. In Francia, che è un paese ai nostri occhi linguisticamente molto protezionista, questa usanza già c’è: ogni singola frase pubblicitaria – persino le pubblicità di corsi di inglese, spagnolo, italiano – ha un asterisco che riporta, in fondo al cartellone, in piccolo, la traduzione francese. Insomma, nemmeno i francesi mettono il francese più grande della frase pubblicitaria scelta dall’azienda! 

sabato 29 giugno 2013

BUROCRATESE: ABROGATA LA NORMA SULLA CHIAREZZA DEL LINGUAGGIO



LA NORMA ABROGATA: Mentre da una parte i linguisti italiani si danno da fare per sconfiggere la piaga sociale che è il burocratese (“il linguaggio inutilmente complicato ed ermetico in uso nella pubblica amministrazione”, secondo la definizionedella Treccani), tra cui la recente iniziativa di Zanichelli di cui abbiamo parlato QUI, lo Stato fa di tutto invece per ingrossare quel muro di indifferenza che c’è tra le istituzioni e i cittadini. 

Dopo dodici anni è stata cancellata la cosiddetta norma Bassanini (promulgata dal ministro Frattini nel 2001), che obbligava i dipendenti pubblici “ad adottare un linguaggio chiaro e comprensibile” coi cittadini italiani. Non che la norma sia mai stata osservata, in realtà, e il burocratese non ha mai smesso di perseguitare i poveri italiani – ulteriore ostacolo alla già lenta e malconcia burocrazia peninsulare.

Ma disattendere una norma è molto diverso dal cancellarla: non avere più l’obbligo di esser chiari – conoscendo i dipendenti pubblici italiani – potrebbe essere percepito, di fatto, come un invito all'oscurità. Non solo nei testi legislativi che costringono il cittadino, e le stesse istituzioni, a barcamenarsi nella confusione e ad affidarsi ai tecnici del cavillo (la figura del notaio, altrimenti, sarebbe inutile, come è inutile – inesistente – in molti paesi civilizzati), ma anche nelle sentenze dei tribunali che, pure, in base all'articolo 546 del Codice di procedura penale, già dovrebbero essere sempre “concise”. 

venerdì 28 giugno 2013

NASCE IL PORTALE DELLA LINGUA ITALIANA PER STRANIERI.


Mappa degli stranieri per provincia

ITALIANO PER STRANIERI: Molte sono le iniziative regionali e locali per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri residenti; e quasi tutte, se non proprio tutte, si sono sempre svolte nella più pacifica convivenza, e hanno visto una partecipazione attiva di stranieri (soprattutto donne) sempre crescente. Tanto per citare due recenti successi in questo campo: Firenze, dove duemila stranieri “toscani” hanno concluso recentemente il corso di lingua italiana, e Urbino, dove sono aperte le iscrizioni ai corsi estivi per stranieri, che si concluderanno il 23 agosto. 

Ma molte, moltissime altre iniziative sono presenti, a livello locale, in tutta italia, da Nord a Sud. È ovvia la necessità, sia per gli italiani nativi, che per quelli adottivi, che gli stranieri siano in grado di parlare e di capire la lingua del paese. Non si tratta di semplice integrazione, ma di vera e propria democrazia, partecipazione alla vita pubblica. Per questo le dirigenze locali hanno cominciato ormai da tempo queste iniziative: perché il problema della scarsa integrazione si sente dapprima a livello locale, e solo dopo, a livello nazionale. Specie in un paese frammentario come l’Italia. Infatti, A parte il caso, praticamente isolato, dell’Università per stranieri di Perugia, mancava in Italia uno strumento efficace di insegnamento dell’italiano per stranieri di iniziativa nazionale. Fino ad oggi.

IL GRANDE PORTALE DELLA LINGUA ITALIANA: Il governo ha annunciato l’apertura di un portale pensato specificatamente per facilitare la comprensione e l’apprendimento della lingua di Dante agli stranieri sul territorio italiano, ma che, diciamo la verità, può tornare utile anche agli italiani madrelingua: è italiano.rai.it.