venerdì 12 luglio 2013

UNIVERSITÀ CATTOLICA: UN CORSO DI MEDICINA INNOVATIVO, MA SOLO SE PARLI INGLESE.



Ormai si è perso il conto delle università italiane in Italia che propongono corsi in inglese. Il primo, e più discusso fu il caso del Politecnico di Milano, in seguito bloccato dal Tar che ha accolto la richiesta di molti docenti. Poi fu il caso dell’Università di Udine, seguita a ruota dalla Ca’Foscari di Venezia, da molti licei – anche classici e scientifici. Tutti cominceranno dal 2014, e ovviamente non poteva mancare la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica, che offre agli studenti italiani, comunitari e non, l’opportunità di frequentare un corso di laurea in Medicina e chirurgia tutto in inglese.

Il corso di laurea si intitola appunto “Medicine and surgery” (medicina e chirurgia); i posti disponibili sono 52 in tutto, così suddivisi: 30 sono riservati a cittadini italiani e comunitari ovunque soggiornanti e a cittadini non comunitari legalmente soggiornanti in Italia; 20 sono i posti per cittadini non comunitari residenti all’estero; 2 quelli riservati a cittadini cinesi nell’ambito del Programma ministeriale “Marco Polo”. La domanda di partecipazione agli esami di ammissione dovrà essere presentata entro il 5 agosto 2013.

Il corso ha l’obiettivo di formare medici che, per la loro preparazione umana e professionale, siano pronti a operare sia nei Paesi più avanzati sia in quelli in via di sviluppo. Ma in inglese. Abbiamo già denunciato in questo giornaletto il gravissimo problema che la dominanza dell’inglese provoca negli ospedali in Italia (cfr. articolo). L’inglese nella sanità dei paesi dove non si parla inglese rappresenta uno dei risvolti più allarmanti, più crudeli, del cosiddetto “solo inglese”. E invece di risolvere il problema, ci prepariamo a formare un esercito di medici che non sarà in grado di comunicare chiaramente con i malati. E, se c’è una cosa che è fondamentale nel trattamento medico, è proprio il rapporto di fiducia e comunicazione bilaterale tra medico e paziente. 

giovedì 11 luglio 2013

BREVETTO EUROPEO - SQUINZI: "DIFESA LINGUE NAZIONALI IRREALISTICA"



IL FATTO: Lo scorso dicembre L’Ue aveva unificato le regole per il deposito e la registrazione del brevetto unico europeo (cfr articolo). L’idea era di tagliare i tempi di approvazione, dovuti anche, e in parte, alla traduzione, facendo un brevetto europeo in sole tre lingue, ovviamente inglese, francese e tedesco. All’accordo avevano aderito infatti solo 25 paesi su 27 (cfr articolo): L’Italia e la Spagna, i due paesi più agguerriti per quel che riguarda la tutela e rappresentanza dea loro lingua a Bruxelles hanno denunciato, come hanno sempre fatto, il trilinguismo europeo, e hanno deciso di non aderire all’accordo facendo ricorso.

Ma la Corte di giustizia dell’Ue respinse i ricorsi di Italia e Spagna al pacchetto legislativo (sentenza nelle cause riunite C‑274/11 e C‑295/11, Spagna e Italia / Consiglio), ritenendo infondata l’argomentazione dei due Stati. Secondo noi e secondo gli spagnoli, infatti, la tutela conferita da tale brevetto unitario non apporterebbe benefici in termini di uniformità, e dunque di integrazione rispetto al brevetto europeo (garantito dal diritto nazionale). La Corte di giustizia risponde che invece il brevetto unitario sarebbe concepito per conferire una tutela uniforme sul territorio di tutti gli Stati membri partecipanti alla cooperazione rafforzata, e non vuole quindi arrecare danno al mercato interno di nessuno, né alla coesione economica, sociale e territoriale dell’Unione. Inoltre, secondo la Corte, non lede le competenze i diritti e gli obblighi degli Stati membri che non partecipano alla cooperazione rafforzata.

martedì 9 luglio 2013

Sen. Antonio Razzi (PDL). Presentato disegno di legge "Disposizioni in materia di introduzione di corsi scolastici di lingua e cultura italiane attraverso la rete internet per gli italiani residenti all'estero"

Antonio Razzi
Roma, 8 luglio 2013. Il senatore Antonio Razzi, non dimentico dei suoi connazionali all'estero, ha presentato un progetto di legge "Disposizioni in materia di introduzione di corsi scolastici di lingua e cultura italiane attraverso la rete internet per gli italiani residenti all'estero", per consentire un più facile servizio a quanti all'estero tengono che i loro figli imparino la lingua italiana. L'introduzione del sistema telematico è una proposta sensata, ha dichiarato Razzi, economica e capillare. Infatti, la rete arriva ovunque ed evita  lo stanziamento di capitali per la costruzione di scuole ed assunzioni di professori.

DISEGNO DI LEGGE di iniziativa del senatore RAZZI

Disposizioni in materia di introduzione di corsi scolastici di lingua e cultura italiane attraverso la rete internet per gli italiani residenti all'estero
 
ONOREVOLI SENATORI! — Il sistema scolastico e universitario è un settore strategico per i progetti di sviluppo di lungo periodo del Paese.

sabato 6 luglio 2013

CHI DI MASCHILE FERISCE, DI FEMMINILE PERISCE: UNA RIFLESSIONE SUL SESSISMO DELLA LINGUA



IL GENERE DEI SOSTANTIVI: La lingua italiana, come il tedesco e tutte le lingue (almeno) europee, discrimina il genere femminile sin dalla sua stessa grammatica. Fino ad oggi, nei paesi dove il femminismo ha avuto una qualche risonanza (e anche in Italia) il problema è stato affrontato femminilizzando i mestieri e sostantivi ritenuti tradizionalmente prerogativa maschile. 

Professore-professoressa, ministro-ministra ecc. Nei casi in cui si indica un gruppo di persone composto da entrambi i sessi, si indicano entrambe le finali, il più delle volte mettendo al primo posto il maschile, che è poi la forma “tradizionale” (“tutti/e”), talvolta anteponendo il genere femminile, come sorta di risarcimento dei secoli di dominazione della grammatica maschilista (se una grammatica davvero può essere maschilista). Più recente l’usanza, tutta italiana, di annullare il suffisso indicante il genere e sostituirlo con un asterisco: “tutt*”. Più economico, rende giustizia non solo del sesso, ma anche della sessualità: come dire, “vedete voi se volete essere definiti al maschile o al femminile”. 

Questa è l’usanza che, iniziata negli anni ’80, ancora oggi in Italia stenta a imporsi, tanto che persino alcune donne non amano essere “declinate” al femminile; forse per una sorta di “vergogna” imposta dalla società maschilista, forse per semplice fedeltà (leggi: abitudine) linguistica. Fatto sta che, a mio modestissimo avviso, questa convenzione, una volta doverosamente imposta in tutti gli scritti della lingua, sarebbe stata in grado, finalmente, di riconoscere sin dal punto più intimo della lingua – la grammatica – la parità dei sessi. Si sarebbe cancellata ogni sottintesa superiorità di uno sull’altro. Così la penso. Ma c’è chi è andato ancora più in là. In Germania, per la precisione.

Luise Pusch
IL ‘FEMMINISMO GENERICO’: Non più di due mesi fa circolò una notizia a cui non diedi molto peso: era la “rivoluzione” grammaticale operata dall’Università di Lipsia, che ha deciso di fare a meno del doppio genere (in tedesco “Professor/in”). In sostanza hanno eliminato la barra obliqua e unito il suffisso femminile alla parola: hanno cioè lasciato solo la forma femminile, e la useranno per rivolgersi anche ai professori uomini. Scusate, volevo dire professoresse uomini. Iniziativa etichettata "femminismo generico".


Quando poco tempo fa lessi la notizia, dicevo, reagii con un’alzata di spalle, non mi colpì granché, sarà perché sono un uomo. Eppure, mi capitò di ripensarci più volte, c’era qualcosa che non mi tornava. Ho quindi approfondito un po’ la cosa, facendo qualche veloce ricerchina su Google, e ho scoperto che, in effetti, è solo un primo passo verso un obiettivo ben preciso: rendere la lingua completamente neutra. Anche l’Enciclopedia Nazionale Svedese, poche settimane fa, ha introdotto nel vocabolario il pronome “hen”, accanto, e in alternativa, al maschile “han” e al femminile “hon”. E così lo Stato di Washington ha approvato di recente una legge che traduce in modo neutro tutti i termini in cui è presente il sostantivo “man”, dato che potrebbero apparire discriminatori.

giovedì 4 luglio 2013

L'INSEGNAMENTO DELLA LINGUA ITALIANA NEL MONDO RISCHIA DI MORIRE



Laura Garavini (PD)

LA CAUSA: All’epoca dei mostruosi tagli del governo Monti (che furono solo gli ultimi e più feroci di una serie di tagli trentennale) ai finanziamenti alle scuole di italiano all’estero, vi fu un incontro al Ministero degli Affari Esteri, proprio per riflettere su come affrontare gli anni a venire avendo meno della metà delle risorse necessarie. Il risultato di cotanta riflessione fu, più o meno: “si è vero, non abbiamo più una lira, ma se ci vogliamo bene e ci sforziamo tutti, ce la possiamo fare.” Tanto che intitolai l’articolo che ne trattava “TANTO FUMO E NIENTE ARIOSTO”. 

Avevo ragione ad essere pessimista? Oggi, a quasi un anno di distanza, vediamo gli effetti di questa scelleratezza:

L’EFFETTO: Laura Garavini, il 28 giugno scorso, ha presentato in Commissione Affari Esteri una interrogazione urgente inerente la Scuola italiana di Asmara, (Fonte) che possiamo prendere tranquillamente come esempio per tutte le altre scuole, come la stessa Garavini lascia intendere. Ma vediamo cosa ha dichiarato: “La normale ripresa dell'anno scolastico presso la Scuola statale italiana di Asmara è a rischio. E lo stato di sofferenza di questa scuola pubblica italiana dimostra come, in generale, l´insegnamento della lingua e cultura italiana all´estero rischi il collasso a causa dei tagli apportati negli anni scorsi dai Governi Berlusconi e Monti”.

“La situazione ad Asmara é aggravata dalle restrizioni previste dalle autorità eritree che
peggiorano ulteriormente lo stato di sofferenza in cui versa l´istituto a causa della riduzione del contingente di docenti italiani all’estero, deliberato dalla spending review dal Governo Monti. L´Eritrea prevede una durata massima di soli cinque anni per i permessi di lavoro, così che molti docenti di ruolo devono rientrare senza poter essere sostituiti, dimezzando di fatto il corpo docente”.

martedì 2 luglio 2013

QUANDO GLI ITALIANI CHIACCHIERANO MANI E DITA FANNO IL DISCORSO.



ROMA — Nel grande teatro all’aria aperta che è Roma, i personaggi parlano con le mani altrettanto che con le loro bocche. Mentre parlano animatamente sul loro cellulare, o fumando sigarette o anche mentre rallentano le loro piccole auto nel traffico dell’ora di punta, gesticolano con un’invidiabile ed elegante coordinazione.


Dalle classiche dita unite contro il pollice che significano “che cacchio vuole da me?" o "Non sono nato ieri" a una mano che viene roteata lentamente, indicando "ad ogni modo…" , vi è una eloquenza del gesto italiano. In una cultura che premia l’oratoria, nulla sgonfia l’aria retorica di qualcuno più rapidamente.
 
Alcuni gesti sono semplici: il lato della mano contro il ventre significa fame, il dito indice sulla guancia significa qualcosa ha un buon sapore, e toccando il proprio polso è un segno universale per “sbrigati”. Ma altri sono molto più complessi. Essi aggiungono una inflessione - di fatalismo, la rassegnazione, stanchezza del mondo – che è una parte dell'esperienza italiana importante come il respirare.
 
Due mani aperte possono fare una domanda vera e propria: "Che cosa sta succedendo?" . Le mani poggiate in preghiera possono diventare una sorta di supplica, una domanda retorica: "Che cosa ti aspetti che faccia?" Chiedi quando un autobus romano potrebbe arrivare, e la risposta universale è lo stringere le spale, un "ehh" e le due mani alzate che dicono: "Solo quando la Provvidenza lo permette."
 
Per gli italiani, gesticolare è del tutto naturale. “Vuoi dire che gli americani non gesticolano? Si parla in questo modo? "mi chiede Pasquale Guarrancino, un tassista romano, freddandosi e mettendo le braccia piatte lungo i fianchi. Lui era seduto nella sua cabina a parlare con un amico fuori, ambedue muovendo le mani in un’elaborata coreografia. Alla richiesta di descrivere il suo gesto preferito, ha detto che non era adatto per la stampa.

CHI INSEGNA IN INGLESE VA PREMIATO (?)



Vignetta di Pat Carra

Sul sito del Sole24ore trovo un articolo intitolato "Chi insegna in inglese va premiato" che, ancora, critica gli argomenti del Tar e di molti docenti del Politecnico di Milano, sull’inglese come unica lingua di insegnamento delle lauree specialistiche. Ne ho parlato già in vari articoli: sia in occasione della proposta del rettore, sia in occasione della sentenzadel Tar. Ma le polemiche continuano, quindi continuo anche io. Prendo due stralci significativi dell’articolo in questione; per leggerlo tutto, clicca QUI.

PRIMA FRASE: "Visto con l'occhio di un economista, questa vicenda appare paradossale per l'assoluta non considerazione da parte dei giudici dei fattori di contesto in cui è stata presa la decisione oggetto di annullamento." 

Appunto, con l'occhio dell'economista. Io, se parlo di economia, corro il rischio altissimo di dire stupidaggini. Ma non ho la pretesa di dire la mia su questioni economiche... non lo so, non lo capisco, lo accetto. Tu, economista, non dire stupidaggini sulle questioni di lingua, per favore. 

PUBBLICITÀ IN LINGUA STRANIERA? BASTA CHE NON SIA ARABO.


La pubblicità oggetto della polemica

IL FATTO: A Bologna, una pubblicità di TIM International ha fatto scattare le polemiche della leghista Borgonzoni su Facebook. Il fatto è che, essendo rivolta agli stranieri residenti, è totalmente scritta in lingua araba, cosa che fa drizzare i capelli alla deputata, dato che, essendo in Italia, “A casa nostra dobbiamo capire quello che viene pubblicizzato e scritto”. La Borgonzoni aveva esplicitamente richiesto l’anno scorso la traduzione obbligatoria in italiano “più grande della scritta straniera”, ma “rimane un vuoto normativo sui cartelloni... Se volessimo adottare il caso più prossimo della giurisprudenza, andrebbero sequestri e sanzionati ognuno con un'ammenda di 516 euro” 

C’è da dire che non sarei affatto contrario alla traduzione sistematica delle pubblicità in lingua straniera, ma “più grande della lingua straniera”? È esagerato anche per uno come me. In Francia, che è un paese ai nostri occhi linguisticamente molto protezionista, questa usanza già c’è: ogni singola frase pubblicitaria – persino le pubblicità di corsi di inglese, spagnolo, italiano – ha un asterisco che riporta, in fondo al cartellone, in piccolo, la traduzione francese. Insomma, nemmeno i francesi mettono il francese più grande della frase pubblicitaria scelta dall’azienda! 

sabato 29 giugno 2013

BUROCRATESE: ABROGATA LA NORMA SULLA CHIAREZZA DEL LINGUAGGIO



LA NORMA ABROGATA: Mentre da una parte i linguisti italiani si danno da fare per sconfiggere la piaga sociale che è il burocratese (“il linguaggio inutilmente complicato ed ermetico in uso nella pubblica amministrazione”, secondo la definizionedella Treccani), tra cui la recente iniziativa di Zanichelli di cui abbiamo parlato QUI, lo Stato fa di tutto invece per ingrossare quel muro di indifferenza che c’è tra le istituzioni e i cittadini. 

Dopo dodici anni è stata cancellata la cosiddetta norma Bassanini (promulgata dal ministro Frattini nel 2001), che obbligava i dipendenti pubblici “ad adottare un linguaggio chiaro e comprensibile” coi cittadini italiani. Non che la norma sia mai stata osservata, in realtà, e il burocratese non ha mai smesso di perseguitare i poveri italiani – ulteriore ostacolo alla già lenta e malconcia burocrazia peninsulare.

Ma disattendere una norma è molto diverso dal cancellarla: non avere più l’obbligo di esser chiari – conoscendo i dipendenti pubblici italiani – potrebbe essere percepito, di fatto, come un invito all'oscurità. Non solo nei testi legislativi che costringono il cittadino, e le stesse istituzioni, a barcamenarsi nella confusione e ad affidarsi ai tecnici del cavillo (la figura del notaio, altrimenti, sarebbe inutile, come è inutile – inesistente – in molti paesi civilizzati), ma anche nelle sentenze dei tribunali che, pure, in base all'articolo 546 del Codice di procedura penale, già dovrebbero essere sempre “concise”. 

venerdì 28 giugno 2013

NASCE IL PORTALE DELLA LINGUA ITALIANA PER STRANIERI.


Mappa degli stranieri per provincia

ITALIANO PER STRANIERI: Molte sono le iniziative regionali e locali per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri residenti; e quasi tutte, se non proprio tutte, si sono sempre svolte nella più pacifica convivenza, e hanno visto una partecipazione attiva di stranieri (soprattutto donne) sempre crescente. Tanto per citare due recenti successi in questo campo: Firenze, dove duemila stranieri “toscani” hanno concluso recentemente il corso di lingua italiana, e Urbino, dove sono aperte le iscrizioni ai corsi estivi per stranieri, che si concluderanno il 23 agosto. 

Ma molte, moltissime altre iniziative sono presenti, a livello locale, in tutta italia, da Nord a Sud. È ovvia la necessità, sia per gli italiani nativi, che per quelli adottivi, che gli stranieri siano in grado di parlare e di capire la lingua del paese. Non si tratta di semplice integrazione, ma di vera e propria democrazia, partecipazione alla vita pubblica. Per questo le dirigenze locali hanno cominciato ormai da tempo queste iniziative: perché il problema della scarsa integrazione si sente dapprima a livello locale, e solo dopo, a livello nazionale. Specie in un paese frammentario come l’Italia. Infatti, A parte il caso, praticamente isolato, dell’Università per stranieri di Perugia, mancava in Italia uno strumento efficace di insegnamento dell’italiano per stranieri di iniziativa nazionale. Fino ad oggi.

IL GRANDE PORTALE DELLA LINGUA ITALIANA: Il governo ha annunciato l’apertura di un portale pensato specificatamente per facilitare la comprensione e l’apprendimento della lingua di Dante agli stranieri sul territorio italiano, ma che, diciamo la verità, può tornare utile anche agli italiani madrelingua: è italiano.rai.it.

lunedì 24 giugno 2013

DALL'INSULTO AL FEMMINICIDIO? IL PASSO È BREVE...

Cecilia Robustelli
Leggo questa breve lettera scritta da Cecilia Robustelli al sito News.it, a proposito della discriminazione sessista nell’insultare le donne. Riporto il vergognoso finale a cui giunge Robustelli, con un salto logico degno di una vera e propria propaganda.

"La discriminazione linguistica, tanto più quando avviene con linguaggio oltraggioso, ingiurioso e offensivo, con pesanti connotati sessisti, implica la svalutazione della donna e si configura come una vera e propria violenza: da qui al femminicidio il passo, purtroppo, è breve." (vai all'articolo)

Si, avete capito bene, se chiamate una donna "zoccola" siete a un passo dall'ucciderla. Un passo breve. A me sembra che affermando cagate di questa entità l'unico passo breve sia verso il fascismo. Ma non posso dirlo, se no sono uno che considera le donne oggetti, le odia e che vuole ucciderle tutte. Anche dire "frocio" allora è poco meno che uccidere una persona. e "negro". Quindi, solo gli uomini, bianchi, eterosessuali possono essere insultati senza il rischio di ucciderli, perché gli unici assassini violenti sono loro. IO sarei un assassino violento.

Rivendico il diritto di rispondere "zoccola" a chi mi chiama "palle mosce", e in generale rivendico il diritto alla volgarità, alla rabbia, all'odio e persino a una sana forma di violenza. Questo è l'essere umano, che vi piaccia o no. 

Basta con tutti questi benpensanti che vogliono renderci dei robot made in USA. (l'America - la cultura anglosassone - c'entra, c'entra eccome).

Ant.Mar.

domenica 23 giugno 2013

ARRIVA L'ANTIBUROCRATESE!

Un dizionario del parlar chiaro, rubrica in rete diretta da Massimo Arcangeli, dell’Osservatorio della lingua Italiana Zanichelli

Vive nelle questure, nei ministeri con e senza portafoglio, nelle segreterie delle scuole e in ogni ufficio pubblico. Si annida tra le righe di verbali, circolari e atti amministrativi di varia natura. È il “burocratese”, un linguaggio non riconosciuto ufficialmente ma conosciutissimo – e temutissimo – da chiunque abbia avuto a che fare con un documento redatto da funzionari pubblici.

Il vocabolario della lingua italiana Zingarelli contiene più di 144mila voci e si aggiorna ogni anno. Nonostante questo il burocratese insiste con l’uso di parole antiquate, a volte inadeguate, che rendono un testo illeggibile. Ma un atto pubblico non dovrebbe essere, per la sua funzione, chiaro e comprensibile a tutti? Perché si scrive “elasso tale termine” invece di un più immediato “trascorso…”? Perché “introitare” invece di “incassare”? Non è più semplice “rifiutare” che un pesante “opporre un diniego”?

Contro i latinismi, i bizantinismi ridondanti e inutili della pubblica amministrazione, Dizionari Più – spazio di cultura linguistica delle Redazioni Lessicografiche Zanichelli (http://dizionari.zanichelli.it/) – propone l’ANTIBUROCRATESE, Dizionario del parlar chiaro: la nuova rubrica dell’Osservatorio di Lingua Italiana Zanichelli, diretto dal linguista Massimo Arcangeli. Analizza esempi di italiano burocratico proponendone una riscrittura chiara, comprensibile, elegante. Perché parlar chiaro è un dovere morale.


Da “attenzionare” a “viciniore” sono elencate, spiegate e commentate le voci del linguaggio burocratico che Calvino definì “l’antitaliano”. Per ogni parola c’è il significato e i sinonimi più adatti e comprensibili e, in più, esempi di testi e atti pubblici dove compaiono le parole in burocratese.
Un dizionario online, dunque, settimanalmente aggiornato anche grazie alle segnalazioni dei lettori: attraverso un form a disposizione, ognuno può indicare al linguista Arcangeli la parola del burocratese in cui è imbattuto. Istruzioni per l’uso indirizzate a tutti: ai cittadini, “vittime” del burocratese e di tutte le sue declinazioni (aziendalese, giuridichese, etc…); ai funzionari pubblici, che attraverso il dizionario potranno magari aggiornare il loro lessico pedante.

Non si vuole pretendere di bandire da un atto pubblico centinaia e centinaia di voci soltanto perché situate fuori del piccolo recinto dell’italiano basico ma, coma spiega Arcangeli nella premessa all’iniziativa, si vuole invece “provvedere all’eliminazione di arcaismi o snobismi come all’uopo o testé, de cuius o de facto, impossidenza o condizione ostativa. Qui si deve parlar chiaro. E le istituzioni, in particolare, hanno il dovere di rendere quanto più trasparente possibile il dettato dei documenti da esse prodotti e destinati a noi cittadini, così da rispettare il nostro diritto di comprenderli”.

giovedì 13 giugno 2013

SESSISMO LINGUISTICO: CONSIGLI PRATICI

Lettera inviata al Corriere della sera dal professor Sergio Lepri, docente di linguaggio dell’informazione e tecniche di scrittura, sul sessismo della lingua italiana.

Prof. Sergio Lepri
Ogni lingua è basata su un principio androcentrico e l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico. Là dove è possibile si cerchi di evitare qualche espressione maschilista, anche se storicamente accreditata. Invece di «L’uomo è misura di tutte le cose» si dica «L’individuo…»; invece di «L’uomo della preistoria…» si dica «L’uomo e la donna della preistoria…»; invece di «La storia dell’uomo…» si dica «La storia dell’umanità…».

I casi che capitano più spesso riguardano le cariche e le professioni. I casi più semplici sono quelli dei nomi che hanno la stessa forma al maschile e al femminile; si tratta solo di cambiare l’articolo: «il presidente», «la presidente»; «il preside», «la preside»; «il parlamentare», «la parlamentare»; «il vigile», «la vigile». 

Il problema è facilmente risolubile anche con i nomi che hanno una regolare forma femminile: «senatore» e «senatrice», «amministratore» e «amministratrice», «direttore» e «direttrice», «redattore» e «redattrice»; analogamente per «consigliere» e «consigliera» e per «deputato» e «deputata». 

La soluzione è resa tuttavia difficile da alcune donne che preferiscono la qualifica al maschile: senatrici (Susanna Agnelli, quando lo era) che preferiscono essere chiamate «senatori», direttrici che preferiscono essere chiamate «direttore», presidenti (Irene Pivetti, quando lo era) che preferiscono essere chiamate «il presidente», come se la legittima parità rispetto all’uomo dovesse essere ratificata dalla parallela conquista del suo titolo al maschile. 

ITALIANO PRIMA LINGUA STRANIERA IN AUSTRALIA



Potrebbero aprirsi prospettive lavorative per insegnanti di lingua italiana, niente di meno che in Australia. 

Peter Garrett, Ministro per la Scuola e l’Istruzione australiano, annuncia infatti che dal 2014 le due prime lingue straniere insegnate nelle scuole in Australia saranno il cinese-mandarino, che è il segno delle sfide linguistiche del futuro; e la lingua italiana, patrimonio ereditario dall’immigrazione del passato.

Il ministro ritiene questa “la giusta combinazione di lingue da cui partire”. A fianco di queste sarà possibile scegliere altre lingue opzionali, come il giapponese, l’indonesiano, il tedesco, il francese, il vietnamita, l’arabo, lo spagnolo, il coreano e il greco. E infine, è previsto anche un programma dedicato alle lingue aborigene. 

Ancora una volta, quindi, una dimostrazione di come sia l'emigrazione, anzi le emigrazioni italiane che si sono succedute nei secoli scorsi, una delle spinte principali all'insegnamento e diffusione della lingua italiana all'estero.

Ant.Mar.

martedì 11 giugno 2013

Gli studenti italiani battono spagnoli e francesi nella conoscenza della lingua inglese.

ROMA - Gli studenti italiani battono quelli spagnoli e francesi in quanto a conoscenza della lingua inglese. Questo il dato che emerge da uno studio che ha analizzato le competenze dei giovani provenienti dai tre Paesi di origine latina portato avanti da Kaplan International Colleges, società leader di mercato nell’organizzazione di corsi d’inglese all’estero da oltre 40 anni.

Secondo i dati di Kaplan, circa il 60% degli studenti italiani inizia un corso di lingua inglese mostrando già un livello intermedio superiore, contro il 40% degli studenti spagnoli e il 20% dei cugini d’oltralpe.

I livelli di conoscenza dell’inglese sono 7: beginner (principiante) elementary (elementare), lower intermediate (pre-intermedio), intermediate (intermedio), higher intermediate (alto intermedio), advanced (avanzato) e proficent (esperto).

Le statistiche di Kaplan mostrano inoltre che negli ultimi 3 anni il numero degli studenti che ha frequentato un corso di inglese all’estero è cresciuto di ben il 30%. A causa della perdurante crisi economica, infatti, la padronanza della lingua è vista come un elemento essenziale per la propria crescita professionale o accademica.
(leggi tutto l'articolo su PRIMAPRESS)