martedì 22 gennaio 2013

LA QUESTIONE LINGUISTICA NELL'UNIONE EUROPEA: RICAPITOLANDO.



LA QUESTIONE LINGUISTICA è decisamente uno dei temi “caldi” che L’Unione Europea tenta di affrontare, talvolta maldestramente. Sono molti i problemi che sono sorti e che continuano a spuntare ovunque nei confini comunitari legati ad aspetti tecnici (cioè strettamente linguistici), tecnologici e politici della lingua. Specialmente gli aspetti politici – la tutela dell’uso e la promozione della nostra lingua all’interno dell’Unione – stanno molto a cuore al nostro paese; cioè ai nostri rappresentanti a Bruxelles, di destra come di sinistra.

Il problema, dal punto di vista politico, è che, tutte le lingue ufficiali delle nazioni che fanno parte dell’UE, sono a loro volta lingue ufficiali e di lavoro dell’UE; ma tra queste l’inglese il francese e il tedesco sono di gran lunga privilegiate: gran parte dei documenti ufficiali sono scritti, per ragioni di tempi e di costi, in queste sole 3 lingue; su 23 quante sono le lingue ufficiali. L’inglese, inoltre, è lingua internazionale mondiale e, a parte per gli italiani che risultano penultimi – seguiti solo dai russi – per conoscenza della lingua, risulta di fatto la lingua privilegiata per la comunicazione internazionale. 

Soprattutto, l’inglese veicola la cultura dominante in questo periodo storico e, specialmente in Italia, l’ingresso di usi linguistici e di lessico anglosassone/americano nelle lingue comunitarie si fa sempre più pressante.

LE PROPOSTE RISOLUTIVE: Questa situazione provoca un certo numero di reazioni. Da un lato c’è chi milita perché venga adottata, per i documenti UE, solo una lingua (l’inglese) o un limitato numero di lingue ufficiali (guarda caso francese, inglese e tedesco); questo partito ha, di fatto, la meglio. Dall’altro lato, Italia e Spagna in prima linea, c’è chi non accetta che la propria lingua non venga adeguatamente rappresentata, e spinge perché siscriva e parli in tutte e 23 le lingue ufficiali; noi abbiamo portato a Bruxelles persino il dialetto. Questo secondo partito è presente e si fa sentire molto spesso: recentemente l’Italia ha ottenuto una sentenza favorevole dalla Corte Europea riguardo a questi temi.

In mezzo a questi due estremi, un terzo estremo, che è comunque, come gli altri, molto ragionevole per certi aspetti. È il partito di chi milita perché l’esperanto diventi la lingua internazionale mondiale, al posto dell’inglese. L’esperanto è una lingua artificiale e semplicissima creata prendendo parole di radice latina, germanica, greca e slava in modo che ameno una parte del lessico sia immediatamente riconoscibile a tutti (in occidente). In questo modo, dicono, si farà fronte alla “colonizzazione linguistica” (così dicono) dell’inglese, e all’abuso di potere di Francia Inghilterra e Germania. Sono persino contrari all’insegnamento dell’inglese a scuola: l’esperanto, bisognerebbe insegnare!

PREGI E DIFETTI DELLE PROPOSTE: Tenendo conto di quanto la lingua sia legata strettamente con il potere dei paesi, e quindi con tutta una serie di tematiche politiche gravissime, è questa probabilmente la strada migliore, la più pacifica, ma anche la più utopica. Non è affatto un caso che le lingue privilegiate siano le lingue dei paesi economicamente e militarmente più potenti; è inutile sperare che lascino lo scettro a una lingua “neutrale”; è una questione squisitamente politica di prestigio e potere. Eppure è vero che scegliere l’esperanto non penalizzerebbe nessuna lingua a discapito di un’altra. Tuttavia, non insegnare le lingue straniere nelle scuole sarebbe un suicidio culturale: i vantaggi di conoscere almeno una lingua straniera sono innumerevoli; e tra questi i primo è che conoscere un’altra lingua ci dà una forte spinta metalinguistica, ci dà una consapevolezza in più per quel che riguarda la nostra stessa lingua madre.

Dall’altro lato, politicamente (ma non solo), è una vera e propria ingiustizia che non tutte le lingue ufficiali siano rappresentate in egual misura a Bruxelles; corrisponde all’affermare che l’inglese, il francese e il tedesco sono lingue “migliori”, superiori”; il che, dal punto di vista scientifico è un’aberrazione. Dal punto di vista politico è una mostruosità, specie per le basi culturali su cui l’Europa moderna si è formata: la tutela delle minoranze (razziali, religiose, linguistiche…), dei diritti dei singoli, ecc ecc.

Ma ha i suoi difetti anche il parere di chi pretende che ogni singola parola che viene scritta su un documento ufficiale UE sia tradotto per ben 23 volte. È un costo di denaro e di tempo mostruoso, e diciamoci la verità, inutile. Così come è un costo insostenibile il pretendere, come fanno i nostri rappresentanti a Bruxelles, un traduttore per ogni lingua che viene usata nel Parlamento Europeo. Esatto: i nostri rappresentanti a Bruxelles hanno, ognuno, un addetto alla traduzione simultanea per ogni lingua: uno per tradurre dal francese all’italiano, uno per l’inglese, uno per lo spagnolo, uno per il tedesco, uno per l’estone, ecc…

È una mostruosità non solo dal punto di vista economico e di tempo: è una mostruosità anche dal punto di vista culturale. Siamo infatti noi, gli italiani, quelli che spendono di più per i lusso di avere chi ci traduca le lingue straniere. Mentre persino i francesi, che in quanto a nazionalismo linguistico non scherzano, l’inglese lo sanno, e sanno pure una terza lingua, spesso lo spagnolo, meno spesso il tedesco (ma questa tendenza si sta invertendo).

QUALE STRADA SCEGLIERE: Viene il dubbio, allora, che non sia la politica a farci militare perché l’italiano sia usato e rappresentato in Europa, ma sia l’ignoranza devastante della nostra classe politica; che ci costa tanto, troppo. Eppure sarebbe semplice imparare l’inglese e/o il francese; è la cultura che distingue la classe dominante, no? Eppoi, non necessariamente questo significa penalizzare l’italiano.

Personalmente, quindi, non saprei quale delle tre opzioni scegliere. Vedo i vantaggi e i difetti di tutte e tre sia dal punto di vista politico che dal punto di vista scientifico. Qual è, secondo voi, la migliore strada?

Ant.Mar.