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sabato 4 maggio 2013

RIO 2016: VIETATO DIRE 'FAVELA'



I prossimi mondiali di calcio si terranno nel 2016 a Rio de Janeiro. Sappiamo quanto il calcio sia importante nella società brasiliana, ed è per questo che in vista dei Mondiali, lo Stato e in particolare il comune di Rio de Janeiro hanno messo in atto delle misure per modernizzare la città e prepararla ad accogliere tutta quella massa di persone attirate dall’evento.

Per questo, uno dei problemi di Rio de Janeiro più noti nel mondo, le Favelas, spariranno. Non che ci si sia impegnati particolarmente per trovare una sistemazione ed offrire una condizione di vita più degna ai poveri; questo sarebbe troppo difficile e lungo. Per far sparire le Favelas basta annullare la parola, non il fatto reale. Proprio per una questione di immagine, infatti, il termine favela in Brasile è, da anni, al centro di un dibattito: il comune di Rio e l’ente al turismo hanno chiesto (la richiesta di cancellazione, in realtà, era già stata avanzata nel 2009), e ottenuto, la cancellazione della parola da Google Maps per indicare le famose baraccopoli arroccate sulle colline della città.

E così, da adesso, chi volesse visualizzare su Google Maps la Favela Sumaré o la Favela Morro do Chacrinha, dovrà cercare il termine, sconosciuto agli stranieri, di morro, “collina”.

“Sostituire la parola ridurrà l’impatto di queste comunità” dicono al comune; e hanno ragione. Non avranno nessun impatti, in quanto saranno cancellate proprio dalla lingua e dalle mappe. Ma i redattori delle guide turistiche non credono sia una buona idea: si preoccupano che non chiamare le cose col loro nome possa confondere, e quindi mettere in pericolo, i turisti. Anche Rio’s Popular Committee, comitato cittadino a tutela dei più poveri, afferma tramite un portavoce: “la rimozione virtuale è parte di un progetto il cui scopo è nascondere la povertà e i poveri sia in ambienti virtuali che nella realtà, con rimozioni forzate”

Ma, lo sappiamo, siamo nell’era dell’immagine, e solo l’immagine conta. Per cui la guerra alla povertà (espressione bruttissima) è diventata guerra ai poveri: non si vuole più “eliminare” la povertà, ma i poveri stessi, nascondendoli sotto il tappeto, abbandonandoli, ancora di più, al loro destino. Quando poi, magari uno su mille di quei poveri diventerà un campione della nazionale, allora potrà ricominciare ad esistere.

Ant.Mar.

giovedì 2 maggio 2013

Oggi è definitivamente morta la lingua italiana del calcio.

Articolo di Andrea Piso, su itasportpress.it

Oggi ho definitivamente assistito alla morte della lingua italiana anche nella terminologia calcistica.
Sono un italiano, un italiano vero...
Non ci posso fare nulla, ma trovo imbarazzante oltre ogni misura l’uso spropositato di questi neologismi che non fanno altro che essere “calchi” di lingue straniere.
I termini remontada, triplete, in the box, danno enfasi alle mie considerazioni, in virtù di un’esaltazione che l’italiano generico medio continua a portare avanti nei confronti di idiomi che non corrispondano al suo. Ma perché? Forse è vero che nel nostro Paese siamo sempre stati abituati a subire il “fascino” del diverso, dell’esotico o di qualcosa che esulasse dalla nostra identità nazionale.
Assolo, doppietta...triplete
Forse fa più fighi dire che l’Inter ha vinto il triplete, anziché banalizzare il concetto con un modesto italianismo quale “tripletta”; probabilmente sarà frustrante dover dire che il Real Madrid non è riuscito nell’impresa della Rimonta, ma se asserisci che trattasi di Remontada, beh le cose cambiano e magari l’impatto mediatico ed emozionale risulta più affascinante.
Io di affascinante non vedo nulla nel sapere che la Patria di Dante, Petrarca, Foscolo e Leopardi debba annichilirsi dietro ipocriti gesti di esterofilia, che non fanno altro che depauperare la nostra identità e la nostra storia.
Ho vissuto tanti anni in Spagna (già, la Patria del Triplete…), e posso assicurarvi che il popolo spagnolo evita qualsivoglia uso di termini stranieri: pensate che se a Madrid voglio acquistare il celebre panino “hot dog”, dovrò chiedere un perrito caliente (traduzione letterale di cane caldo), così come se devo comprare un computer dovrò chiedere un ordenador.
Forse il mio essere così retrogrado non mi consente stare al passo coi tempi, ma ho amato troppo Manzoni per permettermi tali scempi.