martedì 8 ottobre 2013

Perché amiamo i gesti caldi e spontanei della lingua italiana

Strano rapporto quello tra l’usuale e la grande etica; un esempio si impone pensando al nostro quotidiano, alla nostra italianità e ad un suo tratto così familiare che non lo vediamo nemmeno; gli stranieri sì. Guardatevi intorno: l’italiano sta morendo. No, non mi riferisco ad un “senso patriottico”, ma alla lingua italiana... ma non alla grammatica o alla sintassi ma a qualcosa di cui non ci rendiamo conto e che ci fa davvero italiani. Ma cosa c’è di più italiano nella lingua italiana che la lingua italiana stessa?

Se ci pensate bene qualcosa c’è. Ma cosa? Il suono più o meno nasale? Il dialetto? Certo anche questo e ci rende tristi il fatto che i dialetti ormai siano sorvegliati speciali spianati e spappolati dall’omologazione dell’italiano ufficiale che ora oltretutto soffre di senso di colpa rispetto alla sovra lingua internazionale di importazione d’oltremanica. Cosa c’è di più italiano ancora?

Forse non lo sapete, perché vi viene naturale, ma all’estero quando si studia la lingua italiana si studia anche qualcosa che “è lingua ma non è lingua”, qualcosa che non è linguaggio ma senza cui il linguaggio italiano sembra fasullo, senza cui smascherate lo straniero che anche parla bene la lingua dello Stivale. Sono i gesti. E’ bene ricordarlo perché la cultura italiana all’estero è ricercata ed amata anche per la fisicità, per i gesti, per gli abbracci calorosi… non solo per Prada, per i tortellini e Donatello, ma perché la nostra è una cultura che assorbe la persona in un contatto fisico totale (abbracci e baci da noi sono la norma, così come la stretta di mano, che all’estero va scomparendo), in una sorta di Jacuzzi “de noantri”, di Spa quotidiana che a differenza delle Spa non è fatta di oli e di pietre calde, ma di calde parole e caldi abbracci.

Si celebra in questi giorni in Argentina la settimana della cultura italiana e nel principato di Monaco il mese della cultura italiana e queste cose non appaiono forse nel programma, ma fanno da sfondo essenziale e indispensabile: senza, non c’è Italia.

All’estero si imparano i gesti italiani per imparare l’italiano e se andate su youtube trovate tantissimi tutorial che insegnano i versi con le mani che a noi sono propri ma che all’estero necessitano di un corso speciale per impararli. Abbiamo una cultura per la quale il 40% di quello che esprimiamo lo esprimiamo con le mani. Difficile da descrivere a parole, il vocabolario dei gesti lo usiamo anche quando parliamo al telefonino e nessuno ci vede, ma serve a noi e basta per dare forza e espressione alle parole. Come se ci vedessero.

Quando dite a qualcuno che è matto, battete con l’indice sulla tempia, quando chiedete a uno cosa vuole unite pollice, indice e medio di una mano e fate due rapide scosse verso la faccia, quando dite a uno di rimandare, fate due-tre stretti cerchi in avanti con la mano.

Tutto questo sta sparendo, ed è un patrimonio culturale importantissimo, una ricchezza, un linguaggio che va morendo. Segno di un desiderio di contatto e di assenza di paura degli altri (Sartre invece scriveva: “Cosa sono le mie mani? La distanza infinita che mi separa dagli altri”) che scompare. In ossequio alla globalizzazione. Già, la globalizzazione che appiana le differenze, che crea il meta-pensiero universale per cui non devono esistere culture e religioni ma tutto una purea di buonismo, che crea la meta-economia e la meta-cultura universale dove non compaiono più differenze e che crea, infine, la meta-religione del denaro e dell’utilitarismo che ormai beviamo in ogni giornale e ogni TV.

E’ l’omologazione che ci spaventa, l’omologazione che vorrebbe creare un’etica unica fatta in base al relativismo etico e alla cultura dello scarto, del consumo, dell’inutilità fatta legge contro cui mette in guardia il Papa. Viva allora il linguaggio italianissimo delle mani, segnale di vitalità e di superiorità al vile linguaggio scritto o a quello insegnato pedissequamente nelle scuole; linguaggio delle mani democraticissimo che sanno “parlare” gli operai e che solo gli snob esterofili cercano di nascondere come si nasconde un difetto, come qualcuno dalla scarsa forza d’animo nasconde un neo malizioso che lo imbarazza e che è il grazioso marchio di famiglia che anche il padre e il nonno avevano ma che ora, nel mondo dei “senza difetti” nessuno accetta più.
 
Fonte: L'Occidentale