mercoledì 28 novembre 2012

DISCRIMINAZIONE LINGUISTICA IN EUROPA: HA RAGIONE L'ITALIA(?)



Di fatto, e per ragioni che chiaramente prescindono la linguistica, l’Unione Europea è trilingue: inglese, francese e tedesca; benché tutte e 23 le lingue parlate sul territorio dell’UE siano “ufficiali”. 

Questo ha sempre posto un problema soprattutto per gli italiani: sono infatti i nostri rappresentanti nel parlamento europeo gli unici che pretendono, e spendono parecchio per, un interprete fisso. Mentre persino i francesi, se necessario, si esprimono in inglese, da noi il primo e unico rappresentante italiano a parlare inglese a Bruxelles è stato Mario Monti. 

Sarebbe quindi necessario riflettere sulla necessità di questi interpreti sempre incollati ai nostri politici (qualcuno ha persino portato il proprio dialetto a Bruxelles!); e se non sia più ragionevole imparare una lingua, di fatto, internazionale, come l’inglese, come fanno gli spagnoli, i portoghesi, che pur sono orgogliosi e proteggono la propria lingua-cultura in modo duro e irremovibile, fino a chiamare “ratòn” quello che noi italiani chiamiamo, con pronuncia mostruosa, mouse. Per non parlare degli europei del nord (danesi svedesi ecc) che praticamente sono bilingui.

Per quanto riguarda il francese, bisogna ammettere che è incomparabilmente più parlato nel mondo rispetto all’italiano; a questo si aggiunga che i francesi non sono ancora riusciti a mandare giù il fatto di essere stati superati, in prestigio linguistico, dall’eterno nemico inglese. Il tedesco, molto meno parlato delle prime due lingue, è tuttavia il veicolo del paese dominante in Europa: e va da sé che un paese potente impone facilmente la propria cultura. (d'altronde è esattamente la stessa cosa per inglese e francese, anche se in tempi più remoti).

Non si capisce perché lo spagnolo, che sebbene non sia veicolo di una superpotenza militare economica è tuttavia una delle lingua più parlate al mondo, non sia tenuto in considerazione.

Ad ogni modo, se per ragioni pratiche, e anche di semplice cultura, non ci sarebbe niente di male, nel parlamento europeo ad esprimersi tutti in inglese; tuttavia, se le lingue ufficiali sono 23, in tutte e 23 le lingue i bandi di concorso europei devono essere scritti e pubblicati. Mentre, fino ad oggi, lo si faceva solo nelle 3 lingue più “potenti”; il che è paradossale, poiché si chiede, ma solo in queste tre lingue, di conoscere perfettamente una delle 23 lingue ufficiali, e in maniera “soddisfacente” una delle 3: inglese o tedesco o francese. Per cui, se io conosco bene il greco, e un po’ il francese, ho i requisiti giusti, almeno per competenze linguistiche. Tuttavia, se conosco sommariamente il francese, come potrò leggere e capire approfonditamente un bando di concorso scritto unicamente in francese (o inglese, o tedesco)?

Proprio per questo paradosso, e per cause di “orgoglio” che sappiamo avere solo di fronte agli altri, ma mai in casa dove regolarmente malmeniamo la nostra lingua, che l’Italia ha fatto ricorso alla corte europea perché questi bandi siano pubblicati in tutte le lingue, compreso l’italiano.

Il caso comincia nei primi mesi del 2007, quando vennero pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione, e solo in francese, inglese e tedesco, i bandi di selezione per personale nel settore dell'informazione, della comunicazione e nei media. Solo in inglese, francese o tedesco si sarebbero svolti i test di preselezione, nonché le prove scritte del concorso. Ma l’italia non ci sta, e fa intervenire la Corte di Giustizia Europea che, dopo la sentenza di primo grado, del 2010, dove ci rimanda a casa con la coda fra le gambe e l’invito a imparare una delle 3 lingue, oggi ribalta l’esito. Per i giudici di Lussemburgo la scelta di pubblicare un bando in sole tre lingue costituisce effettivamente ''discriminazione basata sulla lingua'', cosa che invece non era stata riconosciuta in primo grado con la sentenza del 13 settembre 2010. La decisione di oggi comunque non rimette in discussione i concorsi svolti, ''al fine di salvaguardare il legittimo affidamento dei candidati selezionati''.

Quindi, abbiamo vinto, e spagnoli, danesi, estoni, polacchi, insomma i 20 paesi su 23 “discriminati”, con noi. Personalmente trovo giusto e sacrosanto che la comunicazione avvenga in ognuna delle lingue, anche se mi viene un dubbio: quanta burocrazia! quanti fogli e documenti identici in tutto salvo che nella lingua usata! Insomma, mi sembra che la cosa possa causare dei problemi pratici, anche se ormai teoricamente non ci sarebbe strettamente il bisogno di usare 23 fogli di carta, basterebbero 23 documenti virtuali, ma sempre 23!

Ritengo insomma che sia vero che usare solo 3 lingue su 23, e guarda caso le 3 lingue dei 3 paesi più potenti in Europa, sia una discriminazione bella e buona. Tuttavia non posso evitare di farmi una domanda: perché solo gli italiani si sono sentiti offesi? Perché solo noi (a quanto mi risulta, ma potrei sbagliare) abbiamo denunciato la cosa ai più alti gradi della giustizia europea?

Un’idea me la sono fatta: e mi viene in mente la canzone di Gaber: io non mi sento italiano, quando dice: “per gli altri siamo solo spaghetti e mandolino/allora lì mi incazzo, son fiero e me ne vanto/ gli sbatto sulla faccia cos’è il Rinascimento.

Ecco: noi ci sentiamo italiani solo fuori dall’Italia, e tuteliamo la nostra lingua solo fuori dall’Italia, solo di fronte agli altri. Non è un orgoglio interno, viscerale per le proprie radici: in patria stiamo uccidendo la lingua (e non lo dico solo io, che non sono nessuno) accettando supini una valanga di termini inglesi spesso del tutto inutili; ma guai a chiederci di parlare inglese per comunicare con gli altri a Bruxelles!

Insomma: ci comportiamo esattamente al contrario di quanto fanno gli altri paesi europei. Prendiamo la Spagna: qui la situazione linguistica interna è per certi aspetti (con molta prudenza) paragonabile a quella italiana: anche in Spagna le parlate locali hanno un significato identitario e culturale a cui la gente non è disposta a rinunciare. Cosa fanno? Semplicemente controllano e tutelano la propria lingua, in patria, attraverso istituzioni concepite allo scopo. Ma poi, se devono parlare inglese con gli stranieri, parlano inglese.

Noi, in casa siamo dei provincialotti che si atteggiano da “americani a Roma”, e ormai “news” ha praticamente rimpiazzato del tutto “notizie”; week-end “fine settimana”, nelle università non si scrivono più articoli, ma si producono “papers”; e così via. Ma poi, proprio come Alberto Sordi nella scena in cui tenta di parlare per radio con l’America (“so’ padrone d’aa lingua: alò, Mmerica, me senti?”), della lingua inglese non sappiamo proprio un fico secco. Ecco quindi che pretendiamo l’interprete, e siamo quelli che spendono di più per questo.
"gli americani non mangiano i maccaroni, per questo vincono contro gli indiani"
Non abbiamo coscienza della nostra lingua in quanto veicolo del nostro modo di essere-pensare, che pieghiamo senza remore alla cultura dominante; né tuttavia abbiamo coscienza della necessità di fatto di sapersi esprimere in inglese. non sappiamo bene l'italiano, non sappiamo affatto l'inglese. Questo vuol dire peccare di provincialismo: da un lato schifiamo tutto ciò che è italiano (come Alberto Sordi nella celebre scena dei “maccaroni”); dall’altro, ma solo all’estero, esaltiamo la nostra piccolezza campanilistica. Insomma, esattamente al contrario degli altri.

Espresso questo pensiero, che ammetto, è forse un po'severo, ripeto che è vero e innegabile che vi sia, in Europa, una discriminazione cultural-linguistica, specie nei confronti dei paesi del sud. Ma siamo sicuri che cambierà qualcosa? Ne dubito.

Non è infatti con una sentenza che si potrà cambiare una situazione che è tale di fatto. Ne parlo in un vecchio articolo: ciò che rende alcune lingue più “prestigiose” di altre non sono solo, anzi solo in un secondo momento contano gli aspetti linguistici. La cosa è evidente per quanto riguarda la lingua tedesca, difficile (per noi) a causa del sistema di declinazioni, poco parlata nel mondo, è tuttavia la lingua del paese economicamente più forte. Punto e basta: semplicemente. se domani l'inglese verrà soppiantato dal cinese, non sarà certo per motivi linguistici, ma puramente economici e militari. Se i bandi di concorso dell’UE saranno pubblicati in tutte e 23 le lingue ufficiali, questo non ci esimerà dall’imparare l’inglese o il francese o il tedesco.

Mettiamola così: la lingua estone avrà più prestigio se i documenti UE saranno scritti anche in estone? Certo che no. Sta a noi tutelare la nostra lingua, innanzi tutto in casa: e smetterla con questo colonialismo autoimposto che ci fa dire, unici nel mondo (esclusi ovviamente gli anglosassoni) “computer”. E poi, sta a noi, e solo a noi, di promuovere lo studio e l’uso della lingua e della cultura italiana nel mondo, ruolo di cui si occuperebbe la società Dante Alighieri; praticamente abbandonata da ogni interesse e finanziamento statale, ogni anno sempre di più fino ad oggi, con Monti, che le ha dato probabilmente il colpo di grazia.

Quante energie e risorse spendono gli inglesi per promuovere la propria lingua (cultura) nel mondo? E ugualmente i francesi e i tedeschi; e gli spagnoli. Insomma: se la discriminazione siamo riusciti a interromperla, questo non cambia nulla per quanto riguarda la (scarsissima) tutela della nostra cultura.

Infine, un ultimo timore: quando penso che i documenti inglesi saranno sistematicamente tradotti in italiano mi tremano e ginocchia: poiché le traduzioni dall’inglese (i film americani doppiati ne sono la prova lampante) sono spesso in un italiano cosiddetto dai linguisti “traduttorese”: una lingua sostanzialmente artificiale. Spero che il mio timore sia infondato (eppure recentemente in un film doppiato ho sentito dire “tank” invece di carrarmato, il che è a mio avviso gravissimo): ma se dovessi avere ragione, questa decisione, questa “vittoria” si rivelerebbe in realtà il colpo definitivo per la distruzione della lingua italiana.

Ant.Mar.