domenica 30 ottobre 2011

L'INGLESE È PIÙ AGILE DELL'ITALIANO (?)

La conclusione è sempre questa. Tutte le volte che mi è capitato di discutere con degli italiani sugli anglicismi inutili che usiamo, la frase magica, con cui si intende chiudere il discorso, il motivo fondamentale di questa abitudine, è: l'inglese è più svelto, più diretto e facile dell'italiano. Cioè? "Ticket" è più veloce di "biglietto", "zoom" è più agile di "ingrandimento". Provate a osservare l'espressione di schifo degli italiani alla parola "calcolatore", e come godono a dire compiuterr (perchè non diciamo mica "compjuta", secondo la pronuncia inglese). Ma l'inglese, si dice, non è solo più agile dell'italiano; è anche più spudorato nel creare neologismi. Il "mouse", davvero, non ce la sentiamo in Italia di chiamarlo "topo" (cosa che i francesi hanno fatto senza problemi: "souris"; e gli spagnoli, e i tedeschi e i portoghesi); e l'efficacia di "click" è insuperabile.

È vero, ma solo in parte, una piccola parte. Perché questo discorso, comune a chiunque, anche studenti di linguistica e professori, sottintende non solo una supposta superiorità di una lingua rispetto a un'altra; cosa che proprio linguisticamente non ha alcun senso; ma anche, cosa ben più grave, una concezione della propria lingua come di una cosa ferma e limitata, per cui si tende a affidare i neologismi ad altre lingue. Eppure l'italiano è particolarmente fornito di possibilità creative. Basti pensare all'enorme quantità di suffissi e prefissi. "Topo" per "mouse" non va bene, certo, ma già "topino" non sarebbe più accettabile? Il suffisso -ino è una fonte inesauribile di novità: basti pensare alla triade calza-calzino-calzone; tre parole di significato diverso, create grazie a dei suffissi. L'ultima tralaltro si differenzia semanticamente tra il plurale "calzoni" (pantaloni) e "calzone" (la pizza ripiegata). Tanto per fare un semplicissimo esempio su quanto le possibilità di una lingua di creare siano infinite. Se "topino" non convince, si potrebbe partire da un altro punto di vista, semplicemente. Non fare un calco, ma chiamarlo per esempio "manina", o "freccetta"; le possibilità sono infinite. Immagino quanti, a leggere queste traduzioni storcano il naso come davanti a della cacca fresca. Ma è solo questione di abitudine.

Ci sono anche quegli anglicismi che proprio non possono andare bene per un parlante italiano, che visibilmente non sono nè più veloci nè più facili. Nessuno mi potrà mai convincere che "desktop", con quel -kt-, è più agile di "scrivania" (traduzione proposta dal software Ubuntu, della Linux). E difatti viene pronunciato "desstopp", almeno a Roma; e se dici "scrivania" in questo senso, è assai probabile che tu non venga compreso. Oppure, anche qui, si potrebbe partire da un altro punto di vista e chiamarlo "sfondo" o "schermo" e via via secondo le idee. Ma quale piacere dà il pronunciare, con accento italianissimo, desktop!

Provate a spiegare a un francese, a uno spagnolo o a un inglese che computer in italiano si dice computer: rimangono stupefatti. Questi paesi non solo hanno la tendenza a tradurre le parole ed espressioni nuove, ma anche adattano alla propria pronuncia e sistema grafico quelle non tradotte. "Ordinateur" in Francia, "computador" in Spagna; si noti che entrambe hanno una sillaba in più di "computer" (calcolatore, è vero, ne avrebbe due), eppure non sentono il bisogno di una parola più agile.

Io credo che sia solo un'impressione, dovuta forse all'eterno complesso d'inferiorità degli italiani, la suddetta superiorità dell'inglese; e ho anche il sospetto che l'accettazione passiva sia dovuta anche a una pigrizia incrollabile della nostra classe dirigente e intellettuale.
Potremmo adattare la parola al nostro sistema; cosa che già viene fatta per strada. A Roma càpita di sentir dire "compiutere", su youtube, in un video che mi è capitato di vedere tempo fa, un parcheggiatore napoletano diceva "compiuto". È ignoranza? certamente, ma è anche prova di una fedeltà al proprio sistema linguistico che gli italiani acculturati non hanno e che rifiutano ostentatamente; fedeltà che provoca, nella velocità del parlato, la mimetizzazione e appianamento delle diversità. Provate a vedere come si scrive "whyskey" in spagnolo (io non ve lo dico). Ma in questi paesi, la scelta e l'adattamento delle parole nuove, è veicolata da apposite istituzioni. In Italia anche, ci furono istituzioni simili, poste a protezione della lingua nazionale; durante il ventennio fascista. Ecco il problema della penisola. Non appena si propone di filtrare, di adattare, di ragionare sulle parole straniere da importare, salta fuori il fascismo. Ma è chiaro che non si vuole costringere la gente con cognome non italico a modificare la propria carta d'identità; nè si vuole censurare parole di cui ovviamente si ha necessità, fosse solo per l'invenzione di un oggetto nuovo a cui dare un significante. Anzi, io sono per l'adozione di più parole possibili, sogno una lingua ricchissima di sinonimi, ognuno con la sua sfumatura particolare; ma una lingua coerente nel suo sistema. L'italiano ha il pregio di essere quasi del tutto fedele, nello scritto, alla riproduzione dell'orale; le uniche parole che non finiscono con vocale in italiano sono particelle come per, con, il... Voglio dire, non c'è niente di male in "click", è in effetti efficace, onomatopeico e per questo internazionale. Ma siamo davvero sicuri che sia più comodo ed efficace dire "con il mouse clicco sul link del desktop" piuttosto che "sul legame della scrivania" (o qualcosa del genere)?

È anche questione di comprendere ciò di cui si parla. Per uno spagnolo AIDS si dice SIDA: Sindrome da Immuno Deficenza Acquisita. DNA é ADN. Chiamare le cose col proprio nome: il presidente si circonda di escort? suona meno scandaloso di prostitute. L'Italia è a rischio default? fa meno paura di fallimento. Le parole nostre, che appartengono a noi e alla nostra lingua, le possiamo capire in profondità, non hanno solo una superficie, ma una storia e una serie di sfumature che solo un madrelingua può cogliere fino in fondo. Una parola non è solo un'etichetta; ma se questa parola non ci comunica una sua storia, come ad esempio "ticket", è solo una superficie, e ci rende più superficiali nella comunicazione, che è poi il pensiero.

Ant.Mar.